mercoledì 6 giugno 2018

Il papa buono



Ogni buon bergamasco dovrebbe far visita a questo grande Santo.
Ho fatto anch'io il mio atto di devozione al papa buono. Ho scritto un piccolo biglietto in cripta affidando a lui la mia famiglia e tutte le persone che mi vogliono bene. Era il papa degli ultimi, dei carcerati, dei malati. 
Come dimenticare i gesti suoi da papa. La visita in ospedale e in carcere a Roma. 
Di riflesso la visita ai carcerati a Bergamo e in ospedale durante questa Peregrinatio. Un dono alla chiesa di Bergamo che un pò forse ha perso le tradizioni. Papa Giovanni ha riunito molta gente. Molte persone sono legate a lui. Mio papà in auto porta sempre un "santino" del papa. 

Impressionante vedere quanta gente a volte molto composta, altre volte meno, fa visita e con gesti semplici prega. Abbiamo ancora bisogno di segni e sempre ne avremo. Abbiamo bisogno di toccare il corpo di un santo per credere che ancora una volta la Chiesa ci è vicina e vale la pena credere e rispolverare dalla memoria le preghiere di una volta. 



Grazie a papa Francesco che ci ha fatto questo grande dono e grazie al vescovo Francesco che ha fatto partire tutta questa grande macchina organizzativa. 

Spero che dal 10 giugno, giorno in cui il corpo di papa Giovanni rientrerà a Roma non rimanga solo un ricordo questa visita ma rimanga la voglia di andare a pregare nei luoghi dove papa Giovanni è cresciuto. Che non siano solo dei "fuochi d'artificio" del momento, come diceva spesso il vescovo Roberto ma siano l'espressione del popolo di Dio che si affida ancora ai santi e ha bisogno di sentire la loro vicinanza per continuare a sperare, per continuare a pregare.

Papa Buono intercedi per noi!
Noi ti affidiamo tutte le nostre famiglie, gli ammalati e i carcerati.


giovedì 3 maggio 2018

Riparte tredici seconda stagione


In uscita il 18 maggio. Cercheranno di rispondere a tutte le nostre domande aperte nella prima stagione?

Arrivano i prof

Cosa succede se un professore di educazione fisica, di storia, di inglese, di matematica, chimica, italiano e filosofia arrivano in un istituto che sta per chiudere e in più loro hanno un metodo "alternativo" rispetto alla didattica tradizionale? E' quello che succede in questo film di Ivan Silvestrini. Sembrerebbe banale fin dall'inizio eppure può lasciare anche qualche spunto. Il discorso del professore di matematica (Claudio Bisio) sul tetto della scuola oppure il primo giorno di scuola di quest'ultimo con il compito del scrivere il nome in un'ora. Non lascia delle riflessioni filosofiche ma è carino. O meglio, a me è piaciuto. 

 

Poteva starci la scelta del regista di aggiungere più scene comiche con la prof d'inglese e di chimica invece di banalizzare il loro lavoro con la prof che lancia i gessetti agli alunni in una guerra senza esclusioni di colpi e infine il prof di chimica taciturno che fa esperimenti in classe ma non spiega nulla.

Un buono spaccato della scuola di adesso? Non credo fosse l'intento di Silvestrini. Anzi, mette in mano agli alunni la scuola ma il loro futuro in contrapposizione all'istituto poposto dal provveditore: "semplicemnte scuola".

La scuola è semplicemente degli alunni e dei loro professori!



 

La guerra infinita


(Attenzione! possibili spoiler: poi non dite che non vi ho avvisati) 

Ci ha abituati bene la MARVEL con un film di supereroi ogni 2-3 anni. 18 film prima di giungere all'apoteosi del raggruppamento di supereroi in un solo film. Avenger: Infinity war appunto.

Non è solo la presenza di tanti supereroi a colpire ma la maestosità delle scene e anche i temi trattati come l'infinito duello tra il bene e il male, solo per citarne uno fra mille.

Anche le battute disseminate lungo la pellicola (soprattutto alla presenza dei guardiani della Galassia) è quello che ci aveva abituati la Disney. Mi ricorda l'ultimo spider man adolescente che ne combina di tutti i colori.

Quest'ultimo?! film MARVEL (forse l'ultimo della serie, ma non credo e poi spiegherò brevemente il perchè, è un concentrato di eventi del passato, di ritorni e di luoghi che vengono visitati. 

Inizia tutto dalla fine dell'ultimo lungometraggio di Thor: Ragnarok dove il figlio di Odino aveva salvato il suo popolo mandando in distruzione la sua terra. 

"Perchè Asgar non è una terra ma un popolo" 
Ci lascia così la distruzione del castello di Asgar mentre tutti gli abitanti fuggono con Thor. E' un popolo che vga nell'universo alla ricerca di una terra dove dimorare (sceglieranno poi il pianeta terra). Un popolo che non ha bisogno di abitazioni ma trova la sua identità nel suo re (Thor) e nei suoi valori.

Ogni scena può lasciare non solo delle domande aperte ma degli appunti di riflessione.

Per chi volesse può fare una full immersion di ripasso prima di avventurarsi in Infinity war.

Ecco l'elenco dei 18 film che preparano a questo:

Iron Man (2008)
L'Incredibile Hulk (2008)
Iron Man 2 (2010)
Thor (2011)
Captain America: Il Primo Vendicatore (2011)
Avengers (2012)
Iron Man 3 (2013)
Thor: The Dark World (2013)
Captain America: The Winter Soldier (2014)
Guardiani della Galassia (2014)
Avengers: Age of Ultron (2015)
Ant-Man (2015)
Captain America: Civil War (2016)
Doctor Strange (2016)
Guardiani della Galassia Vol. 2 (2017)
Spider-Man: Homecoming (2017)
Thor: Ragnarok (2017)
Black Panther (2018)
Avengers: Infinity War (2018)

(fonte dell'elenco il sito di Sorrisi e canzoni)

(per chi volesse può trovare l'elenco e i trailer di questi ultimi film a questo indirizzo: https://www.mondofox.it/2018/03/23/cronologia-film-serie-tv-marvel/)

E infine lascio alcune domande aperte in attesa sicuramente della seconda parte.

1. Perchè nessuno ha ucciso Thanos?
2. Chi è morto davvero?
3. I superoi "evaporati" son morti o ricompariranno? (azzardo: c'è forse sotto una magia del Doctor Strage?)
4. Quale sarà la prossima mossa di Thanos?

Buona visione!



 





lunedì 30 aprile 2018

Senza profumo e senza senso

«Non si può rifiutare la forza di persuasione del profumo, essa penetra in noi come l’aria, ci domina totalmente, non c’è modo di opporvisi»: sono le parole del protagonista del libro di Patrick Süskind, Il profumo. Gli omicidi che porta a termine paralizzano la Parigi del XVIII secolo: ventiquattro bellissime ragazze dai cui corpi l’assassino, dopo averle uccise, cattura il profumo con la tecnica dell’enfleurage. Distillando l’essenza delle donne più belle, realizzerà «il profumo dei profumi». Infatti il ragazzo, abbandonato in un mercato dalla madre e senza un padre, è nato senza amore ed è quindi privo di qualsiasi odore. Divenuto, grazie al suo olfatto straordinario, il più grande profumiere del suo tempo, vuole realizzare a ogni costo il profumo perfetto, essenza di sé e quindi della vita, per essere finalmente considerato e amato.

Questo libro, scritto al tramonto del XX secolo, è profetico nel cogliere un tratto essenziale del nostro tempo e dei recenti fatti di violenza compiuti da ragazzi contro gli insegnanti. Si tratta di una generazione messa al mondo, ma inodore, senza alcun profumo: benché gli adulti ci siano, i ragazzi sono orfani del senso per vivere e alla disperata ricerca di una vocazione che nessuno li ha aiutati a elaborare. Per questo, come il profumiere protagonista, diventano violenti e «seduttivi» pur di essere considerati e amati.

Oggi spesso l’«essenza», la sostanza a cui i ragazzi si affidano per profumare, è il cellulare, quello che riprende un ragazzo che umilia il professore urlandogli di inginocchiarsi e segnare un 6 sul registro. Il video, come è prassi dei nostri tempi, diventa virale su social e canali di informazione: uno spettacolo che, in questo modo, consente di esistere un po’ di più ma è anche, inconsapevolmente, una richiesta di soccorso perché gli adulti battano un colpo di presenza, capace di porre limiti e indirizzare costruttivamente il desiderio di vita vera che alberga in ogni ragazzo, anche il più «storto». Né più né meno di quello che fa ogni adolescente quando mette alla prova l’autorità dei genitori, per verificare se ciò che dicono e chiedono a parole è vero e incarnato, e quindi assimilabile, o si tratta solo di paura, controllo e imposizioni verbali. Ricordo le parole chirurgiche di una ragazza che, stufa delle critiche dei genitori sull’uso eccessivo del cellulare, sbottò affermando che loro facevano lo stesso, e invece di rendersi conto del periodo difficile che stava attraversando, erano troppo impegnati a guardare altrove. I ragazzi ci reggono lo specchio in cui abbiamo la possibilità di scoprire chi siamo e che modelli proponiamo loro.

Non mi ha colpito tanto il quindicenne che umilia un docente in crisi, quanto piuttosto la risonanza data al fatto grazie al video virale. Improvvisamente e mediaticamente la nostra scuola sembra esser diventata il Bronx e i ragazzi dei delinquenti, quando fioccano episodi di adulti violenti proprio a scuola, dal professore che approfitta di una studentessa fragile all’insegnante che picchia l’alunna disabile di 9 anni e i suoi compagni per farli tacere sui video porno che guarda in classe sul suo pc, passando per la maestra che augura di morire alle forze dell’ordine. Di cosa ci scandalizziamo? Per anni abbiamo eroso la credibilità dell’autorità, eliminando dalla cultura ogni elemento verticale, ogni criterio guida, sostituendo la validità di un’eredità, sempre e comunque da vagliare e rinnovare, con un’effimera immaginazione al potere. L’autorità viene dalla verità di un’esperienza da trasmettere perché vissuta e valida ma, in assenza di adulti che incarnano ciò che pretendono e in mancanza di proposte di senso credibili, narrazioni e identità diventano tutte provvisorie. Così diventa normale irridere chi rappresenta l’autorità, perché non rappresenta nulla, al massimo un ostacolo alla felicità narcisistica, che non ammette critiche e fallimenti, la pazienza del lavoro quotidiano, il merito, ma pretende la soddisfazione immediata del piacere, e un rassicurante 6 politico. Da qui emergono i due atteggiamenti, apparentemente contraddittori, tipici di chi ha autorità senza di fatto averla conquistata veramente: autoritarismo e lassismo. Da un lato l’inasprirsi di norme, vincoli e punizioni, con l’invocazione di un passato idealizzato, dall’altro l’eliminazione di qualsiasi gerarchia di verità e validità delle proposte, con il conseguente appiattirsi della felicità sul piacere individualistico, per un liberi tutti che poi significa liberi contro tutti.

Una cultura senza proposte di senso credibili genera a cascata tre conseguenze: perdita di identità, narcisismo e vergogna. Il narcisismo è la conseguenza di un’identità volatile e smarrita, che non è stata trasmessa e liberamente elaborata: non si è parte di una storia e non c’è un fondamento di verità su cui costruire se stessi. L’identità, il livello profondo di consapevolezza di sé, fondato su ciò che possiamo dare per scontato, svanisce e deve essere quindi comprata o procurata con una prestazione: ognuno è spinto a usare e abusare del proprio io come oggetto di una performance, che porta alcuni ragazzi ad abbandonare la competizione prima di cominciare, altri a vincerla con ogni mezzo fino a sfinirsi. Lo sguardo altrui ha un potere fondante ma, in assenza di identità, mortale: ci illude di esistere ma ci imprigiona, perché la folla anonima non basta per essere veramente amati. Così cresce la cultura della vergogna, in cui le crisi e le fragilità non sono ferite da riconoscere, accettare e curare attraverso relazioni sane e stabili, ma colpe da eliminare o nascondere perché inadatte al successo, come mostra la lettera dei familiari del famosissimo dj 28enne Avicii, appena scomparso in circostanze suicidarie: «Il nostro amato Tim era un’anima fragile in cerca di risposte a domande esistenziali. Ha lavorato a un ritmo che lo ha portato a uno stress estremo. Voleva trovare un equilibrio per essere felice. Voleva trovare pace. Non era fatto per quella macchina da business».

Anche il profumiere agisce nei modi tipici di chi non sa amarsi e amare: seduzione e violenza. Distrugge le donne più belle, di cui vorrebbe grazia e affetto, e costringe gli estranei ad amarlo con il profumo perfetto. Seduzione e violenza sono dominanti nella comunicazione odierna: per esistere dobbiamo costringere gli altri a guardarci. La profonda sete di amore e di senso, non ricevuti dalle figure di riferimento e interiorizzati nel profondo, fa regredire alle strategie di sopravvivenza delle bestie: predare. La telecamera tascabile rende il ragazzo un predatore di identità, vincolato al copione che gli permette di essere guardato e amato. L’io ha valore se diventa «virale», capace di contagiare gli altri come un virus. La telecamera trasforma il dramma in «spettacolo», parola la cui radice latina indica il guardare senza distanza, al contrario di «rispetto» che, alla stessa radice, aggiunge il ri- iniziale, segnale di un guardare empatico e riflessivo.

Quel video è una richiesta di presenza di qualcuno disposto a dire che la vita non è priva di senso: non a caso i Nirvana nel 1993 cantavano «he was born scentless and senseless» in Scentless apprentice, ispirata al personaggio di Süskind, generato a una vita inodore e insensata.

Il problema non è il cellulare, ma il vuoto di identità, che incoraggia a darsi in pasto agli occhi degli altri, senza alcuna distanza e riflessione, pur di saper di esistere. Il giovane assassino di Parigi, non soddisfatto del perdono della folla, decide di tornare nel luogo in cui è nato e cospargersi dell’intera bottiglia di profumo, per essere amato almeno dai suoi simili. I presenti sono così inebriati da divorarlo, in un banchetto cannibalesco, tragica parodia dell’amore vero che conferma l’identità e individualità dell’altro. Il profumiere è finalmente qualcuno ma, nel medesimo istante, non è più nessuno. E questo perché nessuno ha mai risposto al suo appello d’amore: la mancanza di odore è assenza di amore, che egli cerca di procurarsi fino a distruggersi proprio a causa del desiderio più profondo.

Tutti abbiamo assistito allo spettacolo, la punizione esemplare dei ragazzi rassicurerà la paura di non aver nulla di credibile da trasmettere, ma se potessimo parlare a tu per tu con quei ragazzi, quel professore, quei genitori, troveremmo crisi e ferite di cui nessuno si è preso cura quando era il momento. Il video è in realtà un appello virale della generazione inodore che prega gli adulti di guardarli con fermezza e amore.

Questo il letto da rifare oggi, per liberarli dall’assurdo e dal nulla che spesso avvelenano le loro vite come unica verità, proprio come spera il giovane profumiere: «Per una volta nella vita voleva essere uguale agli altri e liberarsi di ciò che aveva dentro: il suo odio. Voleva essere conosciuto per una volta nella sua vera esistenza, e ricevere una risposta da un altro uomo nel suo unico sentimento vero, l’odio». 

Dopo più di un mese mi rimetto a scrivere su questo blog. Colpito dall'immagine usata da D'Avenia nel "letto da rifare" di questo lunedi.

Il profumo che non vedi ma lo senti se c'è. Anzi se non è presente e invece del profumo ci sono presenti altri odori li senti. Spesso è "l'essenza" della nostra presenza. Ciascuno usa un profumo o comunque ha un profumo legato al sapone che utilizza e alla sua pelle. Il profumo di ciascuno è inconfondibile. 

Come il protagonista del romanzo citato anche noi siamo alla ricerca del "nostro" profumo che è un po come dire alla ricerca della nostra vera identità. Una volta trovata andiamo alla ricerca di qualcos'altro che ci faccia stare bene, che ci faccia sentire felici.

E' la ricerca spasmodica degli adolescenti che si "improfumano" dalla pianta dei piedi fin sopra i capelli e continuano a utilizzare profumi che possano togliere quell'odore del loro "sudore" che è la loro presenza. 

Sorvoliamo l'immagine del profumo è entriamo più nello specifico. Ciascuno ha bisogno di ritrovare se stesso e di sentirsi amato. Fa quello che può, e spesso attira l'attenzione per dire non a parole ma con i gesti e i finti profumi ciò di cui ha bisogno.

Oltre al letto da rifare proposto da Alessandro proporrei di aguzzare  se si dice così) l'olfatto per poter sentire i profumi che ci circondano. Anche gli odori. Come dice il papa, sentire l'odore delle pecore che è come dire esserci dentro la situazione e non scappare. Sentirsi parte delle storia e della situazione.  

mercoledì 14 marzo 2018

La formula dell'acqua


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Due atomi di idrogeno e uno di ossigeno: considerate «la formula» dell’acqua, e solo dopo «la forma» come ha fatto il Guillermo del Toro da Oscar. Nella molecola H2O ciascun elemento dà all’altro ciò di cui ha bisogno per costruire il legame più semplice e compiuto dell’universo. È da questa relazione che dipende la vita. La formula dell’acqua diventa così la più cristallina lezione sulle relazioni: esse danno vita, sono generative e rigenerative, solo quando uno dà all’altro ciò di cui l’altro ha bisogno, altrimenti sono degenerative. Lo mostrano le parole di una studentessa rinata in una nuova scuola dopo una bocciatura: «Fu la frase di un docente a farmi gettare la spugna: “Sai qual è il tuo problema? Che anche se t’impegnassi non riusciresti a raggiungere il livello della tua classe”. Uscii da quella scuola per non tornarvi più. Ora sono felice. Ho trovato persone che mi hanno permesso di ricominciare, a cui non importava che avessi perso un anno. Oggi sono tra le ragazze con la media più alta della scuola e la parte migliore è che non m’interessa, sa perché? Perché mi hanno insegnato a studiare per stare bene, per poter affrontare ogni tipo di conversazione, per poter pensare liberamente. L’hanno fatto involontariamente, si sono limitati a entrare in classe e a fare il loro lavoro, e sanno farlo davvero bene perché lo amano. Vedo i loro occhi brillare prima dell’inizio di ogni lezione, anche quando sono stanchi. Il professore di filosofia una volta ci ha parlato del legame che esiste nello Zen tra maestro e allievo e che lui applica alle lezioni: i shin den shin che significa da mente a mente, da cuore a cuore. È proprio ciò che si crea durante le loro lezioni, un legame che parte dalla mente e arriva al cuore, prima ancora dell’uso delle parole». La rinascita di questa ragazza è l’effetto di quelli che potremmo chiamare «legami H2O».

Siamo immersi in tanti tipi di relazioni e dalla loro qualità dipende tutta la nostra vita. Non si tratta di sentimentalismo, ma del puro e semplice frutto dell’evoluzione umana. Siamo l’unico essere vivente che rimane «precario» a lungo, infatti a differenza degli altri animali l’autonomia del bambino è frutto di un processo molto lento. Perché la natura ci mantiene fragili per un tempo di vita tanto prolungato? Il fine è ottenere le fondamentali relazioni di cura che garantiscono al bambino e all’adolescente l’ambiente adatto perché il cervello concluda il suo sviluppo attorno ai 18-20 anni. La natura non fa niente inutilmente e per questo motivo quel tempo va curato in modo speciale, perché si attivino e strutturino le connessioni necessarie a sopravvivere, ma soprattutto a vivere secondo la specificità umana. E ciò dipende quasi esclusivamente dalle relazioni in cui siamo immersi.

La lunga «fragilità» del bambino e dell’adolescente genera un «sistema di cura» unico rispetto agli altri animali, ed è definito per questo dalla scienza «a tre opzioni», perché sviluppa tre tipi di relazioni: il legame stabile della coppia dei genitori che hanno fornito le due metà del corredo genetico (per gli animali la cura è appannaggio quasi esclusivo della madre); il ruolo delle nonne (dei nonni come conseguenza), uniche femmine a vivere a lungo, quando smettono di essere fertili, per essere «generative» con i nipoti; le cosiddette relazioni alloparentali, cioè le cure prestate ai bambini o dalla cerchia parentale o da estranei con compiti educativi. Gli antropologi ci confermano che la combinazione di queste relazioni è il frutto del modo unico in cui l’uomo protegge la sua lenta ma straordinaria crescita. Alla luce di questo Alison Gopnik, luminare dello sviluppo infantile e adolescenziale, afferma che fare i genitori non è un lavoro, e non perché non richieda impegno, ma perché educare non significa «produrre» oggetti. Lo scopo dei genitori (e di tutti gli educatori) non è, infatti, plasmare un particolare tipo di bambino, cosa che riduce l’educazione a una serie di prestazioni da ottenere e genera, in questo modo, ansia in chi educa e in chi viene educato. I genitori sono invece chiamati a curare le relazioni, tra loro e attorno al bambino. Allo stesso modo i docenti sanno che insegnare non è riempire una testa di nozioni, ma mettere quella testa in condizioni di imparare autonomamente, perché l’apprendimento non si può produrre ma solo facilitare. Ciò che fa crescere un bambino o un adolescente non è qualcosa che riguarda solo lui, ma innanzitutto noi, che cresciamo nel farlo crescere. In altre parole, possiamo dire che noi non ci prendiamo cura dei bambini perché li amiamo, ma li amiamo perché ci prendiamo cura di loro. E loro di noi. Le cure richieste da un bambino o da un adolescente generano effetti che superano la relazione stessa: nelle relazioni generative 1+1 fa 3, proprio come l’acqua.

Solo così fare il genitore, ed educare più in generale (dal docente alla tata), viene restituito alla sua più naturale vocazione: prendersi cura. Di cosa? Di una relazione capace di dare all’altro ciò di cui ha veramente bisogno. Ci avviliamo quando figli e alunni non risultano confacenti alle nostre aspettative, ma prima facciamo i conti con questo necessario smacco e meglio è, per il semplice motivo che la crescita non è la misurazione di un risultato controllabile, ma il frutto dell’avere messo il bambino o l’adolescente nelle condizioni migliori di crescere, cioè di diventare quello che è già ma non ancora. Lo dico spesso ai genitori dei miei studenti: loro non somigliano a voi presi singolarmente, ma alla qualità della relazione fra voi due e a quella con loro. La forza interiore a cui attingo nella mia vita di adulto l’ho ricevuta dalla forza del legame tra i miei genitori durante la mia formazione: nel bene e nel male una parola o un gesto in quel periodo producono l’eco per tutta la vita.

Più di tutti gli animali l’uomo reagisce all’atto stesso della cura, cioè cresce grazie alla qualità e alla molteplicità delle relazioni. Se un bambino è immerso in legami H2O riceverà da queste relazioni ciò di cui ha più bisogno per compiersi e, senza saperlo, farà lo stesso con chi lo cura: l’educatore, infatti, amplierà la sua capacità di amare. Non è intasando il tempo di un bambino con mille corsi che si ottiene l’adulto che speriamo, ma passando molto tempo a giocare con lui, perché il gioco, non avendo secondi fini, è la cura stessa della relazione e la palestra migliore per rendere il cervello duttile e aperto all’esplorazione. Serve molto di più curare pranzi e cene insieme che dare mille ordini, perché il tempo che gli umani dedicano al cibo non è tempo dedicato a nutrirsi, ma a stare insieme mentre si nutrono. Abbiamo fatto tavoli e sedie per questo. Mi ricordo con gratitudine quando mia madre mi aspettava fino a tardi per non lasciarmi pranzare da solo dopo la scuola. Non è obbligando un adolescente a infinite ore di scuola che si garantisce la passione per l’apprendimento, ma è trasformando quell’ora in spazio di relazioni profonde con l’argomento studiato e, attraverso di esso, con se stessi e gli altri. Non posso scordare quando il mio professore ci fece ascoltare una sonata di Beethoven per raccontarci il romanticismo. Da quel giorno il pianoforte del maestro mi accompagna e imprime il ritmo che voglio dare alle pagine che scrivo. Gioco, tavola, ore di lezione sono solo alcuni esempi di spazi ordinari per relazioni H2O. 

Una scuola basata sulle prestazioni più che sulle relazioni è inefficace, perché l’apprendimento non è addestramento alla performance come per un animale, ma assunzione autonoma del sapere consolidato per affrontare qualsiasi prova (lo specifico del cervello giovane è innovare partendo da ciò che è valido in una tradizione). Gli educatori non sono falegnami, Geppetto non può rendere Pinocchio un bambino vero con i suoi strumenti. Gli educatori somigliano più a giardinieri che mettono terra e semi in condizione di dar frutto, ma il modo in cui accadrà è soggetto alle variabili del caos della vita e soprattutto al tempo, che in biologia non conosce sconti o recuperi tardivi. Il tempo non dato a un bambino o a un adolescente non ci viene restituito.§

Cercare di determinare il risultato di uno studente o un figlio sulla base di una catena di montaggio è dispendioso e inutile, invece tutto sta nell’immergere i ragazzi in relazioni H2O. Questo li renderà forti ma al contempo malleabili, capaci di trovare soluzioni nuove e adeguarsi creativamente all’imprevisto (soprattutto nei periodi di crisi). Oggi preferiamo curare le nostre aspettative moltiplicando rassicuranti performance esteriori, più che curare le relazioni con attenzioni che ci impegnano in prima persona. Eppure le righe della studentessa mostrano con chiarezza qual è il letto da rifare oggi, che cosa fa morire e rinascere i ragazzi: curare la qualità delle relazioni più che la quantità delle prestazioni.

La formula dell’acqua genera la forma dell’acqua, in cui convivono profondità e superficie, forza e versatilità, trasparenza e colori, freschezza e fecondità, continuità e novità... 

Tutte le qualità che auguriamo ai nostri studenti, ai nostri figli.



Colui che raccontò la grazia

Dedico volentieri questo post alla pubblicazione di questo libro edito da Cittadella. Il libro del collega e amico Mauro che aiuta a ...