mercoledì 14 marzo 2018

La formula dell'acqua


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Due atomi di idrogeno e uno di ossigeno: considerate «la formula» dell’acqua, e solo dopo «la forma» come ha fatto il Guillermo del Toro da Oscar. Nella molecola H2O ciascun elemento dà all’altro ciò di cui ha bisogno per costruire il legame più semplice e compiuto dell’universo. È da questa relazione che dipende la vita. La formula dell’acqua diventa così la più cristallina lezione sulle relazioni: esse danno vita, sono generative e rigenerative, solo quando uno dà all’altro ciò di cui l’altro ha bisogno, altrimenti sono degenerative. Lo mostrano le parole di una studentessa rinata in una nuova scuola dopo una bocciatura: «Fu la frase di un docente a farmi gettare la spugna: “Sai qual è il tuo problema? Che anche se t’impegnassi non riusciresti a raggiungere il livello della tua classe”. Uscii da quella scuola per non tornarvi più. Ora sono felice. Ho trovato persone che mi hanno permesso di ricominciare, a cui non importava che avessi perso un anno. Oggi sono tra le ragazze con la media più alta della scuola e la parte migliore è che non m’interessa, sa perché? Perché mi hanno insegnato a studiare per stare bene, per poter affrontare ogni tipo di conversazione, per poter pensare liberamente. L’hanno fatto involontariamente, si sono limitati a entrare in classe e a fare il loro lavoro, e sanno farlo davvero bene perché lo amano. Vedo i loro occhi brillare prima dell’inizio di ogni lezione, anche quando sono stanchi. Il professore di filosofia una volta ci ha parlato del legame che esiste nello Zen tra maestro e allievo e che lui applica alle lezioni: i shin den shin che significa da mente a mente, da cuore a cuore. È proprio ciò che si crea durante le loro lezioni, un legame che parte dalla mente e arriva al cuore, prima ancora dell’uso delle parole». La rinascita di questa ragazza è l’effetto di quelli che potremmo chiamare «legami H2O».

Siamo immersi in tanti tipi di relazioni e dalla loro qualità dipende tutta la nostra vita. Non si tratta di sentimentalismo, ma del puro e semplice frutto dell’evoluzione umana. Siamo l’unico essere vivente che rimane «precario» a lungo, infatti a differenza degli altri animali l’autonomia del bambino è frutto di un processo molto lento. Perché la natura ci mantiene fragili per un tempo di vita tanto prolungato? Il fine è ottenere le fondamentali relazioni di cura che garantiscono al bambino e all’adolescente l’ambiente adatto perché il cervello concluda il suo sviluppo attorno ai 18-20 anni. La natura non fa niente inutilmente e per questo motivo quel tempo va curato in modo speciale, perché si attivino e strutturino le connessioni necessarie a sopravvivere, ma soprattutto a vivere secondo la specificità umana. E ciò dipende quasi esclusivamente dalle relazioni in cui siamo immersi.

La lunga «fragilità» del bambino e dell’adolescente genera un «sistema di cura» unico rispetto agli altri animali, ed è definito per questo dalla scienza «a tre opzioni», perché sviluppa tre tipi di relazioni: il legame stabile della coppia dei genitori che hanno fornito le due metà del corredo genetico (per gli animali la cura è appannaggio quasi esclusivo della madre); il ruolo delle nonne (dei nonni come conseguenza), uniche femmine a vivere a lungo, quando smettono di essere fertili, per essere «generative» con i nipoti; le cosiddette relazioni alloparentali, cioè le cure prestate ai bambini o dalla cerchia parentale o da estranei con compiti educativi. Gli antropologi ci confermano che la combinazione di queste relazioni è il frutto del modo unico in cui l’uomo protegge la sua lenta ma straordinaria crescita. Alla luce di questo Alison Gopnik, luminare dello sviluppo infantile e adolescenziale, afferma che fare i genitori non è un lavoro, e non perché non richieda impegno, ma perché educare non significa «produrre» oggetti. Lo scopo dei genitori (e di tutti gli educatori) non è, infatti, plasmare un particolare tipo di bambino, cosa che riduce l’educazione a una serie di prestazioni da ottenere e genera, in questo modo, ansia in chi educa e in chi viene educato. I genitori sono invece chiamati a curare le relazioni, tra loro e attorno al bambino. Allo stesso modo i docenti sanno che insegnare non è riempire una testa di nozioni, ma mettere quella testa in condizioni di imparare autonomamente, perché l’apprendimento non si può produrre ma solo facilitare. Ciò che fa crescere un bambino o un adolescente non è qualcosa che riguarda solo lui, ma innanzitutto noi, che cresciamo nel farlo crescere. In altre parole, possiamo dire che noi non ci prendiamo cura dei bambini perché li amiamo, ma li amiamo perché ci prendiamo cura di loro. E loro di noi. Le cure richieste da un bambino o da un adolescente generano effetti che superano la relazione stessa: nelle relazioni generative 1+1 fa 3, proprio come l’acqua.

Solo così fare il genitore, ed educare più in generale (dal docente alla tata), viene restituito alla sua più naturale vocazione: prendersi cura. Di cosa? Di una relazione capace di dare all’altro ciò di cui ha veramente bisogno. Ci avviliamo quando figli e alunni non risultano confacenti alle nostre aspettative, ma prima facciamo i conti con questo necessario smacco e meglio è, per il semplice motivo che la crescita non è la misurazione di un risultato controllabile, ma il frutto dell’avere messo il bambino o l’adolescente nelle condizioni migliori di crescere, cioè di diventare quello che è già ma non ancora. Lo dico spesso ai genitori dei miei studenti: loro non somigliano a voi presi singolarmente, ma alla qualità della relazione fra voi due e a quella con loro. La forza interiore a cui attingo nella mia vita di adulto l’ho ricevuta dalla forza del legame tra i miei genitori durante la mia formazione: nel bene e nel male una parola o un gesto in quel periodo producono l’eco per tutta la vita.

Più di tutti gli animali l’uomo reagisce all’atto stesso della cura, cioè cresce grazie alla qualità e alla molteplicità delle relazioni. Se un bambino è immerso in legami H2O riceverà da queste relazioni ciò di cui ha più bisogno per compiersi e, senza saperlo, farà lo stesso con chi lo cura: l’educatore, infatti, amplierà la sua capacità di amare. Non è intasando il tempo di un bambino con mille corsi che si ottiene l’adulto che speriamo, ma passando molto tempo a giocare con lui, perché il gioco, non avendo secondi fini, è la cura stessa della relazione e la palestra migliore per rendere il cervello duttile e aperto all’esplorazione. Serve molto di più curare pranzi e cene insieme che dare mille ordini, perché il tempo che gli umani dedicano al cibo non è tempo dedicato a nutrirsi, ma a stare insieme mentre si nutrono. Abbiamo fatto tavoli e sedie per questo. Mi ricordo con gratitudine quando mia madre mi aspettava fino a tardi per non lasciarmi pranzare da solo dopo la scuola. Non è obbligando un adolescente a infinite ore di scuola che si garantisce la passione per l’apprendimento, ma è trasformando quell’ora in spazio di relazioni profonde con l’argomento studiato e, attraverso di esso, con se stessi e gli altri. Non posso scordare quando il mio professore ci fece ascoltare una sonata di Beethoven per raccontarci il romanticismo. Da quel giorno il pianoforte del maestro mi accompagna e imprime il ritmo che voglio dare alle pagine che scrivo. Gioco, tavola, ore di lezione sono solo alcuni esempi di spazi ordinari per relazioni H2O. 

Una scuola basata sulle prestazioni più che sulle relazioni è inefficace, perché l’apprendimento non è addestramento alla performance come per un animale, ma assunzione autonoma del sapere consolidato per affrontare qualsiasi prova (lo specifico del cervello giovane è innovare partendo da ciò che è valido in una tradizione). Gli educatori non sono falegnami, Geppetto non può rendere Pinocchio un bambino vero con i suoi strumenti. Gli educatori somigliano più a giardinieri che mettono terra e semi in condizione di dar frutto, ma il modo in cui accadrà è soggetto alle variabili del caos della vita e soprattutto al tempo, che in biologia non conosce sconti o recuperi tardivi. Il tempo non dato a un bambino o a un adolescente non ci viene restituito.§

Cercare di determinare il risultato di uno studente o un figlio sulla base di una catena di montaggio è dispendioso e inutile, invece tutto sta nell’immergere i ragazzi in relazioni H2O. Questo li renderà forti ma al contempo malleabili, capaci di trovare soluzioni nuove e adeguarsi creativamente all’imprevisto (soprattutto nei periodi di crisi). Oggi preferiamo curare le nostre aspettative moltiplicando rassicuranti performance esteriori, più che curare le relazioni con attenzioni che ci impegnano in prima persona. Eppure le righe della studentessa mostrano con chiarezza qual è il letto da rifare oggi, che cosa fa morire e rinascere i ragazzi: curare la qualità delle relazioni più che la quantità delle prestazioni.

La formula dell’acqua genera la forma dell’acqua, in cui convivono profondità e superficie, forza e versatilità, trasparenza e colori, freschezza e fecondità, continuità e novità... 

Tutte le qualità che auguriamo ai nostri studenti, ai nostri figli.



sabato 10 marzo 2018

La forma dell'acqua vale tutti i premi che ha ricevuto

Dal regista visionario del “Labirinto del fauno” e “Crimson peak” una nuova avvincente avventura ambientata negli anni 60.

Il libro è molto più descrittivo, mentre il film fa la sintesi della vicenda. Devo dire che ho apprezzato molto di più il film che nelle due ore di visione ti fa immergere nella vicenda. Passa l’idea di collaborazione e amicizia che c’è tra le due donne delle pulizie che si sostengono a vicenda. La protagonista Elisa attraverso i segni cerca di comunicare. Sta proprio qui l’elemento interessante di incontro con la “creatura” il “Deus Branchia”. I due personaggi principali si incontrarono attraverso le mani, gli occhi, i silenzi. È o non è il linguaggio dell’amore?

Non si capisce fino a che punto “la risorsa”, che non ha un nome, possa essere più umana o “animalesca”. Forse sono più “animalesche” le persone che girano attorno ai luoghi di vita di Elisa. 

Infine latro elemento importante è l’acqua che come recita la poesia finale sta attorno alla creatura e la avvolge. La sensazione è proprio questa. Quando si nuota in acqua, al mare o in piscina ci si sente avvolti e cullati con una sensazione di tenerezza infantile. Quasi come essere avvolti dalla placenta nel grembo materno. Forse è proprio questo che ci fa sentire così bene. Se poi l’acqua è acqua termale calda allora la sensazione si amplifica. Ci si sente immersi completamente e i suoni in immersione sono ovattati. 

Concludo con i versi della poesia conclusiva.

Incapace di percepire la forma di Te, ti trovo tutto intorno a me. 
La tua presenza mi riempie gli occhi del tuo amore, 
umilia il mio cuore, 
perché tu sei ovunque.






mercoledì 7 marzo 2018

L'orso siberiano




Riporto questo video perché esprime il modo di fare di un educatore che si propone e non impone rispetto ai ragazzi e bambini che ha davanti.

E' la storia di Franco Nembrini. Qualche anno fa era preside della Traccia (calcinate - Bergamo). Aveva fatto un gemellaggio con una scuola nella siberia. La scuola siberiana aveva regalato alla scuola bergamasca una pelli di un orso siberiano con tanto di testa dell'orso imbalsamato. Franco voleva far vedere agli studenti delle elementari l'orso alla fine di una giornata scolastica. Allora prepara il tutto su un tavolo nell'aula magna prima della fine della scuola. 

Quindici minuti prima arrivano le maestre e la direttrice tutte agitate perché hanno saputo dalle mamme che non vogliono far vedere l'orso e soprattutto dire che è morto ammazzato. (mamme anche animaliste e non...)

Il preside ha una genialata. Al momento della presentazione chiede: "Sapete come è morto l'orso?". "In Siberia fa talmente tanto, ma tanto freddo che è morto di polmonite". Risata generale e finale. Tutti a casa.

Il giorno dopo Nembrini chiede alle maestre ancora prima di iniziare le lezioni di fare questa domanda in classe agli studenti: "Bambini, come è morto l'orso?". E tutti in coro hanno risposto: "E' morto ammazzato"

E' prorpio vero che i bambini non sono stupidi e hanno capito benissimo com'è la vita e come ha fatto l'orso ad arrivare sulle loro cattedre.

Grande Nembrini!

(per la cronaca: questo episodio è stato citato anche a radio dee jay da Nicola Savino che ha acclamato Franco Nembrini Presidente!)

lunedì 5 marzo 2018

Desiderio e passione: la nostra vita


«Ultimo anno, cinque insufficienze nel primo trimestre. Dovrebbero preoccuparmi, ad agitarmi è invece la mancanza di passioni di mio figlio, il non studio credo sia solo la conseguenza. Sembra appagato solo quando è vestito in un certo modo ed esce con gli amici. Da anni ha questa resistenza allo studio e fino ad ora mi son sempre detta: maturerà. Ha recuperato insufficienze peggiori, non vuole esser bocciato, ma quando gli ho chiesto cosa vuol fare nella vita mi ha detto che non c’è niente che voglia fare, niente che lo appassioni». Sono le parole di uno dei tanti genitori amareggiati per un figlio che, alla fine del percorso scolastico, sembra non aver raggiunto il fine dell’adolescenza: elaborare la propria unicità a partire dalla conoscenza di sé, liberandosi così dalle illusioni che lo portano a sottovalutarsi o a sovrastimarsi. Il ragazzo si aggrappa a un’identità momentanea e passeggera vestendosi alla moda tra gli amici, ma non si appassiona a nulla, perché la passione, a differenza del piacere, riguarda il futuro e non il presente: la passione non si compra ma si scopre, si coltiva e spinge a entrare nel territorio incerto del possibile per realizzarsi, non a caso passione ha la stessa radice di pazienza. «Passione» è infatti una parola felicemente a due facce, perché indica sia il trasporto erotico sia la capacità di soffrire per qualcosa.

Ai miei studenti faccio imparare a memoria il proemio dell’Odissea: devono ricordare per tutta la vita che Ulisse è colui che «conobbe le città e i pensieri di molti uomini,/molti dolori patì sul mare nell’animo suo,/per acquistare a sé la vita e il ritorno ai compagni». In altre parole, la conoscenza e la passione come strumenti di salvezza, propria e altrui. La vita si fonda su questo eroico caposaldo: per salvarsi bisogna conoscere e patire. Oggi purtroppo però alla salvezza, intesa come esplorazione rischiosa del futuro, preferiamo spesso la sicurezza, che ci protegge da ogni caduta ma ci impedisce la presa sulla realtà: creiamo una bolla che ci serve a confermare fino alla noia ciò che già siamo e crediamo, quando è invece solo il contatto faticoso con «l’altro da me» a restituirci la consistenza appassionante delle cose. Si è persa quella che Andrea Marcolongo chiama nel suo nuovo libro «La misura eroica» del vivere. L’autrice, commentando il mito degli Argonauti, giovani a caccia di avventure per definire se stessi, ricorda che Platone aveva inventato un’etimologia che fa discendere la parola «eroe» da «eros»: non c’è eroe senza eros perché senza passione non si lascia il proprio recinto confortevole per intraprendere la via che porta al compimento di sé, poiché anche se si patisce ne vale la pena.


L’apatia dei ragazzi è argomento frequente delle lettere che ricevo, a conferma che viviamo in un’epoca di passioni infeconde, cioè senza eros e quindi senza uscita da sé. Prevalgono quelle autoreferenziali (narcisistiche), autodistruttive (le dipendenze) o distruttive (varie forme di violenza), tutte frutto del desiderio bloccato per assenza di chiamata e quindi mancanza di futuro come esplorazione del possibile. Come fare a risvegliare il desiderio, affrancarlo dalla paralisi della paura e dell’iper-sicurezza, dell’inquieto adeguarsi a piaceri troppo rapidi per dare consistenza alla felicità? Come restituire alla vita quotidiana una misura eroica e appassionata? Come andare oltre le passioni tristi?


Il fine che muove Ulisse è il ritorno a Itaca, per sé e i compagni. Diventare responsabili di qualcuno è accensione della vita, la scintilla che dà fuoco al desiderio umano di compiersi e superare se stessi. I ragazzi si ripiegano nell’apatia, che a volte produce violenza, proprio per sentire meno il dolore del desiderio imprigionato, del compimento interrotto: avere qualcosa per cui patire è ciò che trasforma una comparsa in un protagonista (in greco colui che combatte in prima fila), ma prima bisogna aver reso la pietrosa Itaca il luogo più bello per cui lottare, proprio grazie ai legami che la rendono «Itaca». Solo così si può realizzare ciò a cui ogni uomo si scopre chiamato: diventare se stesso, evitando sia la comoda inerzia sia la scomoda fuga da sé spesso nascosta dall’accelerazione smisurata del ritmo della vita. Tornare a Itaca consente di trasformare ciò che ci è dato e non abbiamo scelto, cioè il nostro destino, in una destinazione, che si manifesta in una vera e propria novità da creare con quegli elementi. Ma dov’è finita Itaca?


Viktor Frankl, psichiatra sopravvissuto ai campi di concentramento racconta che, tra i compagni di prigionia, riuscivano a salvarsi solo quelli che riattivavano il desiderio: «Due compagni rinchiusi con me nel lager rivelarono “di non sperare più nulla dalla vita”. Ad entrambi si poteva chiarire ancora che la vita si aspettava qualcosa da loro, che qualcosa li aspettava nel futuro. In effetti risultò che una persona attendeva uno dei due: il figlio adorato “attendeva” all’estero il padre. L’altro non aveva nessuno, ma l’“attendeva” una cosa: la sua opera! Infatti quest’uomo, uno studioso, aveva pubblicato su un certo tema una collana di testi che attendeva il suo compimento. Quest’uomo era indispensabile per quest’opera; nessuno avrebbe potuto sostituirlo, proprio come l’altro era insostituibile nell’amore del figlio: quell’unicità e originalità che distinguono ogni individuo e che conferiscono — esse sole — alla vita il suo significato. L’essere indispensabile e insostituibile fanno apparire nella giusta misura, non appena affiorano nella coscienza, la responsabilità che un uomo ha della sua vita. Un uomo pienamente consapevole di questa responsabilità nei confronti dell’opera che l’attende o della persona che lo ama e l’aspetta, non potrà mai gettar via la sua esistenza» (Uno psicologo nei lager).


Persino in condizioni disperate il desiderio può essere risvegliato aiutando a passare dal «non mi aspetto nulla dalla vita» al «che cosa la vita si aspetta da me?», solo la risposta a questa domanda rende l’uomo insostituibile e l’esistenza appassionante. La risposta è oggi ostacolata anche dalla concezione del talento come autoaffermazione contro gli altri, quando proprio il talento è la strada che porta a compiere se stessi compiendo anche gli altri e il mondo, in un gioco in cui vincono tutti, sia chi dà sia chi riceve. Ho deciso di fare l’insegnante e farlo in un certo modo perché questo dà senso alla mia esistenza, e l’energia impegnata per i ragazzi cresce invece di esaurirsi, perché so che mi aspettano, anche quando il sistema scuola mi deprime. Ma io lavoro per loro, non per l’ottusità del sistema.


Il talento è un dono fatto per esser donato, come sa bene l’artista, la sua opera non è per sé ma per un ampliamento del mondo. Leopardi in uno degli ultimi pensieri dello Zibaldone scriveva: «Uno dei maggiori frutti che mi propongo e spero dai miei versi è contemplare le bellezze e i pregi di un figliuolo, non con altra soddisfazione che di aver fatta una cosa bella al mondo; sia essa o non sia conosciuta per tale da altrui». Fare qualcosa di bello al mondo è il desiderio radicale di ogni uomo, e il riconoscimento altrui ne è solo una conseguenza possibile e non necessaria, perché la felicità consiste puramente nel realizzare «la cosa bella». Anche il poeta contemporaneo Daniele Mencarelli lo ha sperimentato con sofferenze enormi, come racconta nel suo recente romanzo autobiografico «La casa degli sguardi». Distrutto dalla dipendenza dall’alcol, in preda alla disperazione chiede aiuto a un amico che gli trova un posto di addetto alle pulizie nell’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma. Il dolore dei piccoli e la responsabilità di un lavoro da far bene per loro risvegliano la passione quasi distrutta per la vita. Proprio in mezzo al patire dei bambini trova la sua Itaca, tocca a lui prendersi cura di loro che lo attendono, forte e lucido, ogni giorno: «Non mi posso più permettere di fuggire, d’avere la vista annebbiata, voglio guardare in faccia le cose».


Noi diventiamo capaci di «attendere a» (bella forma italiana per indicare il prendersi cura) qualcosa o qualcuno, solo quando diventiamo consapevoli che quel qualcosa o qualcuno ci «attende». La mia passione cresce quando attendo a un alunno, a una pagina, perché sono insostituibilmente responsabile di quell’alunno e di quella pagina che aspettano ogni mio sforzo creativo. Il letto da rifare oggi è un compito che la famiglia e la scuola non possono improvvisare, perché non è frutto del caso ma di azioni quotidiane, per permettere ai ragazzi di riconoscersi unici e insostituibili per qualcuno o qualcosa. Uno dei migliori giovani compositori contemporanei, Nils Frahm, racconta in un’intervista al NYTimes di dover tutto al suo maestro di pianoforte che, quando Nils era un adolescente annoiato e indisciplinato, «mi fece capire che avevo bisogno di soffrire per qualcosa di molto bello»

Senza soffrire per il bello del mondo non troveremo mai nulla di bello da fare al mondo. (Alessandro D'Avenia)

Dopo le elezioni e la tragica notizia della morte del giocatore Davide Astori queste parole passano in sordina. Eppure le parole "desiderio" e "passione" sono le parole che sostengono la nostra vita politica meno importante della vita di una persona.
Oggi i miei studenti mi hanno fatto riflettere sui prossimi scenari rispetto alle elezioni. Abbiamo un paese che non ha un governo di maggioranza. Non ci sono molti scenari aperti. Le due fazioni cercheranno di formare un governo. Si tenterà di formarlo.
Dall'altra parte la morte di un calciatore ci interroga sulla vita e sulla morte. Ma non solo di un calciatore (con tutto il rispetto per la famiglia, ci mancherebbe) ma ogni persona giovane che muore senza un motivo ci mette davanti a delle domande.
Finisco la giornata dopo un confronto in classe su queste due notizie che hanno smosso gli animi (e per fortuna...) e vado a riposarmi con più domande che risposte.
Cosa desideriamo per la nostra vita?
Cosa desideriamo per il nostro paese?
La vita ogni giorno è una grande avventura. C'è chi, come Davide, sta già vivendo il secondo tempo della partita più importante della sua vita. Il primo tempo è stato tutto quello che ha donato alla sua famiglia e alle persone che ha incontrato, ora vive il secondo tempo, quello infinito, quello che rimette le mani e la vita nell'Assoluto.



lunedì 26 febbraio 2018

Conoscere se stessi


«Molte volte, conoscere se stessi, Socrate, mi è sembrata una cosa alla portata di tutti. Molte volte, invece, assai difficile». Così Alcibiade manifestava al maestro la sua preoccupazione di fronte alla fatica che comporta crescere. Socrate gli rispose: «Alcibiade, che sia facile oppure no, conoscendo noi stessi potremo sapere come dobbiamo prenderci cura di noi, mentre se lo ignoriamo, non lo potremo proprio sapere».

Qualsiasi riforma della scuola dovrebbe partire dall'affermazione di Socrate, che pone come fine della conoscenza la cura di se stessi e quindi del mondo. Nei fatti, però, il sapere al servizio della cura dell'uomo è oggi quasi impossibile in una scuola immobilizzata dalla burocrazia, corrosa dal precariato dei docenti giovani e dal cosiddetto burn-out, in italiano «bruciare completamente», dei meno giovani, «bruciati, scoppiati», potremmo dire, non per l'ordinario stress da lavoro, ma a causa di un vero e proprio esaurimento emotivo, figlio della mancanza di senso e riconoscimento per ciò che si fa. La demotivazione degli insegnanti, in un sistema che ne trascura la dignità, genera la corrispondente apatia nei ragazzi, privati così dell'essenza della scuola: l'orientamento, cioè l'aiuto prestato a un giovane in formazione per intercettare la parte di realtà in cui riuscirà a mettere in gioco il meglio di sé. Ed è proprio perché manca l’orientamento che troppi studenti lasciano la scuola, ritirandosi o anche solo arrendendosi mentalmente, incapaci di cogliere il proprio futuro: la formazione, senza orientamento, è sterile, non serve alla vita, alla presa sulla vita. Si sentono oggetti da prestazione e non soggetti di possibilità, atomi isolati e non storie che portano il nuovo nel mondo. E non possiamo stupirci se la naturale tensione al compimento di sé, quando non trova una meta, si corrompe in apatia o in violenza.

«Frequento la quinta superiore e non ho la più pallida idea di cosa voglio fare della mia vita (che cosa hanno fatto fino ad adesso gli insegnanti con me?). Come faccio a capire qual è la mia vocazione? Non mi aspetto una soluzione al problema, però ti chiedo se puoi aiutarmi a capire quali possono essere i criteri e i modi per scoprire ciò a cui sono chiamata». Ricevo da tantissimi studenti lettere come questa, a conferma che l'essere umano si definisce come tale solo se riesce a dar senso, significato e direzione, alla propria vita nel mondo che lo circonda: cioè impara ad abitarlo anziché subirlo. In questo senso i docenti sono mentori, guide per temporanei «non vedenti»: i ragazzi, con la vista ancora un po’ annebbiata, imparano passo passo ad orientarsi arrivando poi a «vedere» davvero.

Alla fine di 13 anni di scuola sono tantissimi i ragazzi che non sanno molto di sé. Per questo sono paralizzati dalla paura, come mostra il crescente fenomeno dei cosiddetti Neet (acronimo inglese di «not in education, employment or training»), cioè giovani che non studiano né lavorano, in Italia più di 2 milioni, di cui si è occupato Alessandro Rosina nel libro dedicato al nostro potenziale perduto proprio per l'inefficienza nella transizione scuola-lavoro. E questo dipende in gran parte dal fatto che la scuola non aiuta a scovare le proprie attitudini. Molti dopo le medie non sanno che strada intraprendere: liceo (quale?), formazione professionale, tecnica? Ricevono consigli approssimativi e, nei casi virtuosi, qualche test attitudinale. Spesso si finisce così per scegliere «cosa fanno gli amici» o «cosa dicono i genitori». Lo stesso accade alla fine delle superiori: fare o no l'università? Quale facoltà? Quale lavoro? Troppi sbagliano percorso, arrancano, cambiano, magari per scelte basate su copioni rassicuranti ma poco rispondenti alle reali attitudini. Il futuro si apre solo quando sboccia da dentro, non quando è mero contagio esteriore. L'orientamento all'ultimo anno si riduce a un catalogo di open-day; l’obiettivo delle università è attirare i ragazzi, spesso anticipando i test per vincolarli all'iscrizione preventiva, ignorando il peso del percorso di studi e dell'esame di maturità: in altre parole, ignorando la loro storia.

Nella scuola attuale l'orientamento è affidato al «volontariato» dei professori, quasi fosse una missione umanitaria e non un atto professionale richiesto dall'articolo 3 della Costituzione: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese». L'assenza di orientamento a scuola è causa di ingiustizia sociale, come spiegano due libri recentissimi che, partendo da impostazioni molto diverse, arrivano alla stessa conclusione: Federico Fubini, «La maestra e la camorrista - Perché in Italia resti quello che nasci» e Christian Raimo, «Tutti i banchi sono uguali - La scuola e l'uguaglianza che non c'è». I due autori mostrano che la scuola italiana invece di essere un ascensore sociale è, al meglio, un adattatore sociale, al peggio, causa e conferma delle disuguaglianze di partenza: non porta novità, ma tacito adeguamento. L'alternanza scuola-lavoro si sta dimostrando, soprattutto nei licei, un'illusione di orientamento, che spesso catapulta i ragazzi in realtà inadatte alle loro attitudini o avulse dal lavoro reale. Mandarli a «lavorare» senza prima aver capito qual è la «bottega» in cui mettere a frutto i propri talenti, rende il lavoro una finzione che di orientativo e formativo ha poco.

Per queste ragioni a metà maggio cerco di concludere lezioni e verifiche per dedicarmi all'esplorazione dei talenti, coinvolgendo genitori e colleghi. È risultato efficace un percorso di scrittura autobiografica. Attraverso le tecniche del genere i ragazzi provano a scrivere la loro autobiografia, cosa che li costringe alla riflessività: oggi è il punto nevralgico della conoscenza di sé, ostacolata dallo stile cognitivo frammentario tipico della rete. I ragazzi si sorprendono del potere esplorativo della scrittura, della propria grafia su un foglio bianco che somiglia alla loro anima, su cui hanno finalmente presa. Garantendo la continuità didattica (avere la classe per un ciclo intero dovrebbe essere la normalità), si potrebbero dedicare di anno in anno, letture, incontri e test mirati a scovare e coltivare gli interessi di ciascuno. Sogno una scuola così perché è stato fatto così con me e questo mi ha portato a scelte tanto difficili quanto felici. Un professore-mentore, quando ero combattuto tra seguire le orme paterne come dentista, con uno studio già pronto, e intraprendere l'ardua strada dell'insegnamento («sarai un morto di fame, sii realista» mi dicevano in tanti), mi chiese: hai 40 anni, cosa fai? Vai in studio a curare denti o in classe a raccontare storie? L'immagine fu risolutiva, ridimensionai molte paure per abbracciare più avvincenti incertezze, lasciando la mia città per studiare lettere classiche in un'altra che offriva corsi più adeguati. Ora che ho 40 anni ripenso a quella frase con grata commozione.

Solo chi ha vocazione provoca vocazioni, cioè nuove coraggiose esplorazioni del mondo. Il passo successivo è infatti scegliere «la bottega» dove imparare. Quando la madre di un dodicenne di provincia chiese al figlio che cosa volesse fare da grande e lui rispose con sicurezza: il pittore, lei lo prese sul serio e impegnò tutti i risparmi per mandarlo a Milano a bottega da un maestro. Il dodicenne, scrive un biografo, «studiò in fanciullezza per quattro o cinque anni, con diligenza ancorché di quando in quando facesse qualche stravaganza causata da quel calore e spirito così grande». E divenne Caravaggio.

Non riuscirei a fare l'insegnante senza prendere sul serio la vita futura dei ragazzi e credo sia questo il letto da rifare oggi, come richiesto dalla lettera riportata sopra. Socrate fu condannato a morte perché insegnava «nuove divinità e corrompeva i giovani», quando semplicemente li portava a riconoscere il proprio daimon, una forza interiore, a metà tra cielo e terra, che spinge al compimento di sé trasformando un destino in destinazione: «è qualcosa che è cominciato da bambino, come una specie di voce», così la definisce nella sua vana autodifesa. Potremmo per questo chiamarla: vocazione. Finché la scuola non rimetterà al centro la storia intera di un ragazzo, la sua voce, egli penserà che formarsi non serva a una vita migliore. I numeri della nostra dispersione scolastica (quintultimi in Europa, il 14% abbandona gli studi) confermano un sistema che fatica a mostrare che conoscere è prendersi cura di sé, e poi del mondo attraverso un lavoro.

Basterebbe dedicare le 200 (licei) o 400 (tecnici e professionali) ore dell'alternanza scuola-lavoro a un orientamento ben fatto per salvare tante voci, tante vocazioni. Cominciamo?
(Alessandro D'Avenia)

Sono quasi sempre  d'accordo con D'Avenia e anche questa volta sono sulla sua frequenza d'onda ma quando parla dell'alternanza scuola-lavoro no. Che i ragazzi debbano orientarsi e capire quale sarà la loro vocazione oppure in modo semplice capire qualcosa del loro futuro sono perfettamente d'accordo ma che l'alternanza sia una sorta di perdita di tempo, questo no.

Secondo me è un momento formativo importante per l'alunno che non è solo alunno ma si mette in quel momento nei panni del lavoratore anche se è sopportato dalla scuola. L'alternanza non è un far finta di andare al lavoro quando devo continuare a studiare. La mia esperienza negli istituti professionale probabilmente è diversa. Quasi sempre i ragazzi che tornano dall'esperienza chiamiamola di tirocinio o di stage tornano con un po di responsabilità in più rispetto al loro futuro. Apre la mente e oso aggiungere il cuore. Apre lo sguardo sul mondo dei lavoro dove le altre persone possono si essere tuoi amici ma sono prima di tutto tuoi colleghi.

E poi si, posso parlare di vocazione e di futuro. Anzi, non solo, anche di dispersione scolastica ma non è sicuramente negativa l'esperienza fuori dallka scuola.

In fondo sto ancora con D'Avenia che vuole maggiore attenzione da parte della scuola sui temi che interessano la crescita intera del ragazzo, orientandolo al meglio e aiutarlo a fare delle scelte ponderate.

E' l'impegno di ogni insegnante che prima di tutto è un educatore.
Una bella sfida!
Una sfida di ogni giorno.
E così ci sto. Voglio impegnarmi a far crescere nei ragazzi il senso critico di chi sceglie lui  e non delega le proprie scelte o ai suoi genitori oppure ai suoi compagni di classe.



lunedì 19 febbraio 2018

Corpi espiatori

(di Alessandro D’Avenia)

Dove sono finiti gli occhi? Dove le mani? Non c’è traccia dell’ordine divino del corpo, del ritmo armonico che regola la lunghezza delle membra e le lega in unità al luogo che accoglie e apre la vita. In Pamela ormai non c’è traccia di quella inesauribile promessa che è il corpo femminile, la grazia non ha più modo di dispiegarsi per ricordare all’uomo che è fatto per nascere e non per morire, che il corpo è carne luminosa dell’anima e non sua prigione oscura. Occorre un’accurata autopsia perché quel corpo ci dica tutta la verità, oltre lo sgomento, sulla violenza da cui gli uomini non sanno come liberarsi se non, troppo spesso, al prezzo di «corpi» espiatori: Sarah, Yara, Jessica, Pamela e tutte le giovani vittime dell’istinto sacrificale dell’uomo.

«Sorretta dalle mani degli uomini fu condotta agli altari,/non per essere accompagnata a luminose nozze,/ma per cadere vittima proprio nel tempo delle nozze/perché la flotta avesse una partenza felice./A un così atroce misfatto poté spingere la superstizione». Ifigenia, emblema mitico delle ragazze in fiore, sacrificate agli dei con l’inganno per far vincere agli uomini la loro guerra, come racconta senza sconti Lucrezio nel suo poema sulla Natura del Mondo, ci mostra quanto la cronaca odierna affondi le sue raggelanti radici nel cuore di tenebra degli uomini di tutti i tempi: il corpo delle donne è spesso destinatario dello sfogo della violenza, carne da sacrificio per idolatrie antiche e nuove. Perché?
Da come una cultura tratta il corpo della donna si può comprendere la verità su quella cultura. Per questo un nobel della letteratura poteva dire che l’anima «sparisce, ritorna, si avvicina, si allontana,/a se stessa estranea, inafferrabile,/mentre il corpo c’e, e c’e, e c’e/e non trova riparo». Sono i versi della poetessa Wisława Szymborska in Torture a ricordare che il corpo delle donne c’è in modo assordante e non trova riparo, torturato e sacrificato sull’altare dell’abbandono e di abusi fisici e psicologici troppo spesso taciuti, sull’altare della pornografia e della prostituzione, delle guerre pubblicitarie, della droga che non è mai (chi sta a contatto con i ragazzi lo sa) leggera, sull’altare della perfezione, del piacere violento, di irrazionali regole religiose, e su tutti gli altari di chi costringe i corpi a essere solo superfici. Il corpo è invece il segno di una unicità fatta carne da custodire con tutte le gradazioni che l’amore — il gioco delle anime e dei corpi — sa inventare: una carezza, un abbraccio, un bacio, o soltanto un sorriso.

Soltanto così il corpo della donna diventa per noi, eterni principianti della vita, una mappa che dobbiamo imparare a comprendere con mani disarmate e occhi attenti. A volte capita di intercettare nelle movenze di una donna una strana leggerezza che rende gesti e sguardi di una stoffa rara, rivela e nasconde l’inizio o la pienezza di un amore, uno stilnovo di parole e gesti. C’è molto di più da sapere sulla vita nel corpo di una donna alle otto del mattino, senza trucco sugli occhi ancora assonnati, che nelle pagine di cronaca, perché ogni elemento di quel corpo, sinfonia di dettagli, non canta solo se stesso ma l’unità profumata della vita che vive quando ama ed è amata. Le ciglia sfarfallano, la luce esce dagli occhi più pura, e inattesi animali si nascondono nelle membra, il cigno nel collo, la tigre nelle gambe, i delfini nelle dita e i fenicotteri che cambiano colore, dal bianco al rosa, nel viso. Il corpo di una donna può contenere tutto il cosmo, per questo il racconto della Genesi coglie nel segno, narrando che, dopo che tutte le cose furono fatte, il corpo della donna fu modellato per ultimo, finale inatteso nel gran film delle origini. Quel mistero di carne è la sintesi di tutte le cose precedenti, il compimento e superamento di tutta l’opera fatta. Chiunque avesse sfregiato quel corpo avrebbe rovinato anche alberi, corsi d’acqua, orbite celesti, ordine delle stagioni e tutte le relazioni che da quel corpo dipendono. Così se viene ferita la donna viene ferita tutta la realtà, e non per un sentimentale luogo comune, ma perché se il corpo capace di albergare e dare la vita viene avvelenato, la vita tutta è avvelenata, come un fiume alla fonte. Forse per questo un giorno mia madre mi consigliò un libro di Julie Otsuka, Venivamo tutte per mare, dicendomi: «Narra di donne sfruttate durante la guerra mondiale e la protagonista è un noi corale». Incuriosito dall’artificio narrativo le chiesi come mai, e lei mi rispose: «Perché il dolore di una donna è il dolore di tutte le donne, e di tutte le cose».

Nessun taglio è stato fatto a caso o risparmiato, raccontano i medici che hanno curato l’autopsia di Pamela e di Jessica. Allora penso a tutti i tagli che sui loro giovani corpi tante ragazze si infliggono pur di non sentire, almeno per qualche istante, il dolore di essere al mondo come in una prigione. Conservo la lettera di una di loro che aveva scoperto, attraverso un libro, la gioia di donare il sangue, e anche questo l’aveva aiutata a guarire dal suo autolesionismo. Mi scriveva parole da cui ho compreso quanto il corpo di una donna sia il vero campo di battaglia tra l’essere e il nulla per una intera civiltà: «Io con il sangue ho avuto un rapporto negativo. Il sangue l’ho cercato, desiderato, versato, sprecato. Tante notti in bianco alla ricerca del rosso di quel sangue... e quelle poche gocce che sgorgavano dai tagli non bastavano mai. Per quanto negativo l’autolesionismo è stato un mezzo per capire il dolore, la dipendenza, la solitudine: ora riesco a non giudicare chi si trova in situazioni simili, riesco a capire il mio ragazzo che viene da un’esperienza di abbandono. Una delle prime volte gli ho parlato del mio problema: lui mi ha preso il braccio, ha guardato le cicatrici e ha detto: “Beh, ti sei semplicemente graffiata passando vicino a delle rose”. Tanti hanno tentato di darmi consigli, ma solo questa frase mi ha dato la forza per smettere... una cosa così mostruosa come l’autolesionismo diventa un graffio di rose». Lo diventa grazie all’amore di un ragazzo che sa sfiorare quelle ferite.

Penso anche ai corpi che si dissolvono nel controllo totale del peso, fino a collassare sull’altare della vita come irraggiungibile perfezione. In questi anni di scuola ho visto tanti corpi disfarsi, lanciando segnali impossibili da ignorare.

Cambiano i nomi e volti degli dei di questi sacrifici ma, fino a che i corpi verranno martoriati, la vita non potrà scorrere pura, né il caos trovare ordine. Tutta la violenza sul corpo delle donne è indirizzata alla loro capacità di essere e tessere la vita, proprio come Ifigenia condotta al rito sacrificale mentre le era stato falsamente promesso quello nuziale: il mito ci ricorda ciò che non dobbiamo e possiamo dimenticare, perché purtroppo assai spesso pretendiamo di allontanare a colpi sterili di moralismo i mali di cui alimentiamo più o meno consapevolmente le cause.

Finché non smetteremo di usare il corpo delle donne come un campionario per altri scopi, come il catalogo più completo del consumismo, non smetteremo di distruggere le donne e con loro la vita stessa. In questo poeti e scienziati concordano, svelando molto più di migliaia di macabri dettagli di cronaca. Al nobel della letteratura Miłosz che in una poesia dice: «Quando c’è la luna e le donne in abiti a fiori passeggiano/provo stupore per i loro occhi, le loro ciglia e tutta l’organizzazione del mondo./Mi sembra che da una propensione reciproca così grande/potrebbe finalmente risultare la verità ultima», fa eco il nobel della fisica Heisenberg, quando scrive a sua moglie: «Credo che, durante l’estate, metterò la fisica in un angolo buio, per riprenderla più tardi, per prima cosa ho da imparare da te più che da tutti i trattati del mondo».

Sono infatti uomini le cui mani hanno creato bellezza duratura. Allora guardo le mie e le vostre e credo che il letto da rifare, come suggerisce la lettera della ragazza, sia ritrovare la forza gentile che, nel toccare il corpo di una donna, protegge, cura e guarisce la carne del mondo.


martedì 13 febbraio 2018

La donna dei fiori di carta

Non è il solito romanzo giallo di Donato Carrisi eppure come dice lui stesso in un'intervista il filo rosso dell'amore diventa e si colora di giallo.

L'amore è il tema centrale del libro. Non ci sono indagini come Carrisi ci aveva abituati.

Diciamo che è un romanzo "diverso" dai suoi thriller che non lasciano nemmeno un istante per riflettere e per fermarsi. Ma il materiale letterario e la fine scrittura ti prendono.

I protagonisti sono due. Un dottore e un prigioniero durante la guerra che si raccontano storie, avventure. Questo dottore ha il compito di scoprire il nome del militare prigioniero e il suo grado entro l'alba. Scoprirà ben più di un ruolo e un nome...



Colui che raccontò la grazia

Dedico volentieri questo post alla pubblicazione di questo libro edito da Cittadella. Il libro del collega e amico Mauro che aiuta a ...