sabato 27 maggio 2017

Insane



Colei che pervade il tuo corpo é mascherata, si camuffa, non affiora inizialmente. Le sue radici si installano forti e silenziose: la Regina dell'inganno. Cadi nella macabra danza dell'oblio e la notte ti inghiotte. Il male allo stato embrionale. La sua gelida mano ti sfiora e tu avvizzisci. Disposta a legarmi le mani e a cucirmi la bocca piuttosto di ubbidire ai suoi ordini e pronunciare le sue crude parole. Gambe scarne, viso pallido: questo é ció che sei diventata. Un'altra innocente colta da un'invincibile malinconia: all'interno erba selvatica, sterpaglie, un giardino abbandonato pure da quello che viene definito il nostro Dio,rimasta completamente sola ad affrontare il luogo che pare il Regno del silenzio e della desolazione.
Solo smorfie di disappunto, distrutta dalle pene che avevano turbato all'improvviso come un temporale nel mese d'Agosto la sua infantile serenitá. Ormai immersa nell'oscuritá rotta dal suono dei suoi implacabili singhiozzi. Quel dannato vuoto incolmabile giace nel grembo. Corri sotto la pioggia che lava il peccato consumato altrove per mano della Dama Velata. L'anima é avvelenata poiché il corpo e la mente lo sono allo stesso modo come se fosse inchiodato ad esso, prigioniera. Proprio Lei subisce le conseguenze di una mente assuefatta da fattori compulsivi ed ossessivi. Illusioni, passioni durevoli o passeggere che siano la incatenano a te. Ingloba tutto il male e lo rigetta su te stessa, sulla tua concretezza di donna. L'idea di riuscire a liberarsi dell'anima allieta. Vaga nell'aria libera dal dolore in tutta la sua purezza. Sei, peró, solamente un pezzo di carne che a stenti riesce a mettere in pratica gli script basilari metabolizzati giá in passato nella tenera etá: camminare, mangiare, creare discorsi. Se solo ci fosse un incantatore in grado di persuadere la Maledetta, liberando cosí anima e corpo. Equilibrio tra il visibile e l'invisibile, il concreto e l'astratto. Ti accorgi cosí di essere bene piú di un animale sviluppato, bensí un vero e proprio essere umano.

Essere. L'essere, ossia esistere. Fermiamoci un attimo a leggere nuovamente la frase: " L' essere, ossia esistere". Accarezzati dolcemente i capelli. Li percepisci? Toccati leggermente le labbra, quasi volendole solo sfiorare. Le senti? Guardati allo specchio. Ti vedi? Questo é quello che sei. La bellezza sta peró nella parola "umano". Non far lo sbaglio di pensare a quattro arti: saresti un animale. 
Non far lo sbaglio di pensare semplicemente ad un corpo con una postura eretta guadagnata nel corso del tempo o con dei pollici opponibili: saresti una scimmia. Non é questo il bello dell'essere umano. Script come parlare e poi dialogare, camminare su due zampe che portano il nome di gambe, mangiare un gelato ed avere i brividi di freddo che tanto odiamo, ma che ci caratterizzano e ci fanno sentire vivi, essere umani. Per poter affiancare all'essere l'umano non basta solo questo. Manca la nostra parte fondamentale, senza la quale non potremmo essere umani: una mente anche fin troppo pensante e quella sfera astratta. La si puó chiamare anima, ma non é particolarmente rilevante. Puoi decidere tu il suo nome o, se preferisci, nemmeno appellarla. Sai che c'é, la percepisci in tutta la sua naturalezza. Puó essere una fortuna, ma d'altro canto una condanna. Ritengo appunto che sia un dono, ma allo stesso tempo un male che ci portiamo appresso fin dai tempi piú antichi, quasi fosse una punizione. 
Forse tutto inizió da quando un'entitá superiore fece cadere la famosa Torre di Babele che, costruita dagli uomini per poter sapere veritá, venne appunto abbattuta. Poco dopo numerose creature pensanti, ovvero numerosi esseri umani, parlavano in lingue totalmente differenti. Non riuscivano minimamente a comprendersi l'un l'altro. Qualcuno non vuole che la veritá venga scoperta. Come appunto esseri umani siamo destinati alle tante domande e a nessuna risposta concreta e soddisfacente. Abbiamo troppe domande per una sola vita, ma sta proprio qui il punto: siamo nati apposta per porci domande, ma non ricevere le dovute risposte. La vita ci ha dotato di intelligenza per poter porre domande su domande, ma non quella per poi rispondere a tutte. 
Credo siamo fatti di materia, ma anche di quella parte senza nome vero e proprio che ho accennato prima, compresa questa nostra intelligenza putroppo o per fortuna limitata ed é proprio quella che ci fa pensare, fare domande, ma é la stessa che ci ferma, ci da un limite senza trarne conclusione. 
Mettete tutto ció assieme: questo porta a sentirci viaggiare perennemente su di una barca diretta a quello che é il Nuovomondo, a quello che veniva chiamato Ade al tempo. Siamo nati e cresciuti con domande, anche assurde, senza dare una risposta precisa o corretta, ma proprio per questo siamo essere umani, essere umani diversi, ma accumunati dal viaggio che puó essere chiamato con la banale definizione di " ciclo vitale", anche se a dirla tutta non mi convince. 
Non siamo semplicemente passeggeri su di un treno che ha stazionato in un determinato tempo, luogo e contesto sociale e culturale che sia, bensí essere umani chiamati a vivere da esseri umani e conseguentemente avere delle domande, ma poveri di risposte. 
Che sia questa la condanna di cui parlavo prima ?
Che sia questo il prezzo da pagare per essere umani ? 
Navighiamo cosí nell'oblio perenne e costante dovuto al fatto di persistere in questo enorme mistero da essere e anche da umani.
Ora, dunque, vedi che questo punto fondamentale della nostra ricerca continua non é saldo a sufficienza. 
Ora, dunque, faccio gran conto di comportarmi in questa faccenda da essere umano. 
Oppure tutti questi ragionamenti nei quali sono d'accordo si rovesceranno, spariranno nell'ombra come polvere azzerandosi completamente con una certa sapienza di cui comprendo di non poter entrare in possesso. 
E, dunque, siamo stati per cosí tanto tempo sin dall'inizio della libertá dei nostri passi, intrappolati ed incatenati inevitabilmente a questa solita terra che calpestiamo, con pantofole o scarponi che siano, a disputare fra noi con tanta seritá di tanta misteriosa ed affascinante bellezza.

(testo di Alessia Bonomi)

domenica 5 marzo 2017

Il pomeriggio della luna

Per arrivare in orario certe volte è necessario salire sul treno successivo. La differenza non sarà questione di tempo ma d’aver colto il bersaglio: gustarsi la luna di pomeriggio. Lui, negli anni del liceo, assomiglia al sole: al suo passaggio si alza un’iradiddio di oche. Lei, in virtù della teoria-della-serratura, agli occhi di lui è poco più che una fesseria: di pomeriggio si esce a contemplare il sole, non si perde tempo a guardare la luna. Che ognuno vada per la sua strada: «Tieniti le gatte morte. Alle leonesse ci pensano i leoni». All’indomani della maturità, incontrandosi in treno, ammetteranno a se stessi che una risposta giusta, data nel momento sbagliato, è una risposta sbagliata: loro due erano quelli giusti nel momento sbagliato. L’amore era altro: “Trovarsi senza cercarsi”. È il sole che abbraccia la luna: l’eclissi. Ne Il pomeriggio della luna per fare ordine è prima necessario fare disordine. Perché l’eleganza non è farsi notare, ma farsi ricordare: «Luna di pomeriggio è la più bella frase mai scritta in italiano».
Un assaggio del libro     

(dal sito dell'editore)                  





giovedì 12 gennaio 2017

Quei gesti che educano al dialogo


(Pubblicato sul blog Nipoti di Maritain)

A riguardo del dialogo tra musulmani e cristiani ho almeno due esperienze da raccontare.
La prima viene da otto mesi di esperienza in una struttura di prima accoglienza per richiedenti asilo nella provincia di Bergamo. Ho vissuto gomito a gomito con 130 ragazzi; il mio ruolo era quello di educatore. Non è stato facile, soprattutto per le difficoltà linguistiche che ho con il francese e l’inglese. Mi ha molto colpito la capacità di adattamento di questi ragazzi che dopo pochi giorni dallo sbarco dalle navi “della salvezza” si ritrovavano in un luogo protetto e cercavano di socializzare. Un gesto mi è rimasto impresso fin da subito: il saluto. Che sia cristiano o musulmano, oppure qualche altra confessione religiosa, il saluto era un “gesto sacro” per tutti. Ci si salutava con qualsiasi parola, ma il gesto era molto forte. Stretta di mano con abbraccio e mano che incontrava la mano dell’altro sul petto. Bellissimo gesto di integrazione. Certo, non mancavano le difficoltà del vivere insieme, ma quel gesto mi è rimasto dentro. Anche quando un ragazzo lasciava il progetto, era interessante vedere i compagni di camera che lo accompagnavano a prendere il pullman, lo aiutavano con le valigie e, salutandolo, gli auguravano una buona vita, trattenendo al petto – sul cuore – tutto quello che avevano imparato nello stare insieme. Era un gesto di pace e di amicizia. Un gesto semplice, direi, ma molto efficace.
La seconda esperienza è il racconto di un amico, Serge, che proviene dal Camerun. Mi raccontava che nel suo paese il 60% della popolazione è cristiano, mentre il restante 40% di religione musulmana. Il governo camerunense cerca di facilitare la convivenza: gli incarichi ministeriali sono ricoperti da politici di fedi differenti. Per esempio, se il Capo di Stato è cristiano, il suo Segretario e il Ministro dell’Interno sono musulmani; non si tratta di una legge scritta, ma è una consuetudine. Nello specifico, poi, alcuni ministeri sono riservati alla minoranza musulmana. Un altro esempio è rappresentato dalle varie feste, in modo particolare nel mese di Ramadan. All’inizio di questo periodo, il Presidente invia il Capo del Governo a pregare con i musulmani. Questa occasione viene tra l’altro trasmessa in televisione, così che tutti i cittadini possano vedere e ascoltare questo momento, imparando a rispettarsi e a scoprire la diversità: la religione fa parte dell’identità dell’altro. Di consuetudine a Natale le famiglie cristiane invitano gli amici musulmani a pranzo; viceversa, durante il Ramadan, sono i cristiani ad essere invitati a partecipare alla festa musulmana che conclude il digiuno; una gran festa in cui fa da padrona la convivenza e il reciproco rispetto. È un di più la diversità religiosa, perché aggiunge occasioni di dialogo ed esperienze nuove.
Nel 2015 un importante generale è stato inviato in un villaggio in cui c’era stato un massacro di cristiani da parte di musulmani. Il generale, in occasione di questa visita, aveva scelto di farsi accompagnare da suo vice, che è di fede musulmana. Richiamando i capi cristiani, li invitava a rispettare l’identità altrui e a non vendicarsi per tale attentato. Il generale prendeva come esempio il suo rapporto di amicizia con il suo vice. E raccontava che, in viaggio, di venerdì il suo vice aveva bisogno di pregare. Lui per rispetto si fermava sempre e aspettava l’altro in macchina mentre pregava. Gran bel gesto di amicizia! Questa abitudine lo rendeva un amico, e non solo un “vice”. Ci sono dei ruoli anche nell’esercito che vanno rispettati, come il soldato con il suo superiore. Ma quando si parla di amicizia lo schema salta. La religione è una diversità ma anche un motivo di incontro. Ognuno mantiene la sua identità e l’amicizia supera tutto. Esiste il dialogo tra le religioni ed esso si incarna nei gesti dell’amicizia come il “mangiare insieme” e festeggiare insieme. In Camerun non è mai scoppiata una guerra civile perché tutti i suoi abitanti, da anni, sono incoraggiati a convivere serenamente.
Questi sono esempi di esperienze di dialogo che provengono dalla vita concreta; non sono esperienze inventate, oppure proposte calate dall’alto senza essere condivise. I cittadini vedono e imparano non solo dalle parole ma dai gesti, che parlano più delle parole.




martedì 30 agosto 2016

Tu sei un bene per me

Tu
profugo
sei un bene
per me
perché mi insegni
che quando non si ha nulla
si accetta tutto.

Tu
terremotato
sei un bene
per me.
Mi ricordi
che quando si perde tutto,
il coraggio
la fede non si perde
ci si rialza.
Tutto è vanità!
Resta la vicinanza
l'amicizia.
Il resto sono solo macerie,
morte e polvere...


Tu
carcerato
sei un bene
per me.
Ci ricordi
che nulla è perduto
si sbaglia
e con la misericordia
quella vera
quella di Dio
non degli uomini
si ri-diventa uomini, a sua immagine e somiglianza
sempri bisognosi di perdono.

Tu
innocente
ucciso dal terrorismo
sei un bene
per me.
Ci ricordi la fragilità
di tutti,
davanti al male.

Tu
immigrato,
diverso da me,
sei un bene
per me.
Ci fai capire
che la diversità
è un di più
non un di meno.

Tu,
uomo
sei un bene
per me.

Tu Dio,
fatto uomo,
fatto prossimo,
vicino,
negli uomini
sei un bene
per me.

Senza di Te
non sono
più io.
Senza Te
non trovo il bene.

Solo Tu sei,
un bene
per me.







domenica 21 agosto 2016

Il discorso di Mattarella al meeting

Vi ringrazio molto dell'accoglienza e di tanta cordialità. Ringrazio la presidente della Fondazione Meeting e il presidente della Fondazione Sussidiarietà per le parole che mi hanno rivolto e ringrazio molto don Carròn per aver voluto aggiungere il suo saluto. A voi giovani presenti e a quanti altri, con il loro generoso servizio volontario, rendono possibili queste giornate di incontro e di dialogo a Rimini, voglio dire che siete una risorsa preziosa per la nostra società. Sono qui anzitutto per ringraziarvi. E per incoraggiare, insieme a voi, tutti i giovani che sono disposti a mettersi in gioco per una speranza, per una passione, per una buona causa.

La Repubblica italiana ha appena compiuto 70 anni. Anch'essa è giovane. I tempi biologici sono più lunghi per le istituzioni. Ha già affrontato e superato prove impegnative.
Per diventare più forte ha bisogno di rinnovato entusiasmo, di fraternità, di curiosità per l'altro, di voglia di futuro, del coraggio di misurarsi con le nuove sfide che abbiamo di fronte.
Ovviamente si confronteranno, come bene e come giusto idee e soluzioni diverse, ma l'attitudine dei giovani a diventare protagonisti della propria storia costituisce comunque sempre l'energia vitale di un Paese. Questa spinta vale più di qualunque indice economico o di borsa. La nostra società sta invecchiando e ci sono rischi oggettivi che le potenzialità dei giovani vengano compresse.
Dobbiamo scongiurare questo pericolo che minaccia la nostra, come altre, società.
Anche per questo - in un tempo di cambiamenti epocali come il nostro - è necessario prestare attenzione e dar spazio alla visione dei giovani. Senza farci vincere dalle paure. Dalle paure antiche e da quelle inedite. Attenti a non cadere nell'errore di ritenere nuove false soluzioni già vissute e fallite nel breve Novecento. Non ci difenderemo alzando muri verso l'esterno, o creando barriere divisorie al nostro interno. Al contrario.
Tante nuove diseguaglianze stanno emergendo. Spesso sono proprio i giovani a pagarne il prezzo più alto. Occorre ricominciare a costruire ponti e percorsi di coesione e sviluppo. Occorre rendersi conto che vi è un destino da condividere. Stiamo parlando di condivisione dei benefici e delle responsabilità; e anche delle difficoltà. Condivisione dei diritti e dei doveri. Della memoria del nostro popolo e del suo sguardo verso il futuro.
Nel Libro della Sapienza viene ricordato che i figli dei giusti si impegnarono al rispetto di una regola: condividere allo stesso modo successi e pericoli. Dovremmo tener conto, nel nostro Paese, di questa sapienza antica.
Viviamo oggi l'epoca dell'io.
Intendiamoci: nell'affermazione dell'individuo vi è una intrinseca verità, una crescita della coscienza, una domanda positiva di diritti e di opportunità. Il primato della persona, il riconoscimento della sua integrità e inviolabilità, il principio stesso di uguaglianza tra gli esseri umani hanno tratto alimento da questo percorso storico di affermazione della centralità dell'individuo o, meglio, della persona. L'io non è soltanto identità. E' anche dignità, libertà. Libertà che ci è stato ricordato - da Kant a Martin Luther King - trova il proprio limite nella libertà degli altri, di tutti gli altri.

Il punto cruciale è che l'io non è autosufficiente. L'io ha bisogno del tu come l'aria per respirare. L'io contiene l'esigenza di diventare un "noi" proprio per fronteggiare e raggiungere quei traguardi che è stato capace di immaginare. Perché il noi è la comunità.

Il noi è anche la storia. Il noi è la democrazia.
Andare oltre l'io vuol dire realizzarsi in maniera autentica anche come singoli.
Vuol dire anche superare il limite del qui e ora, perché il futuro si costruisce soltanto insieme. A volte sembra persino impossibile pensare oltre il contingente. La discussione pubblica, compresa quella politica, è spesso dominata dal presente. Passare dall'io al noi ci permette di guardare più lontano.

Ricordo uno scritto di don Giussani, "L'avvenimento cristiano": "L'immoralità - diceva - è l'esperienza di un soggetto umano che non appartiene se non a se stesso. La moralità nasce, invece, come coscienza del proprio compito e insieme dei propri limiti, è l'esperienza di un uomo che viva un'appartenenza a una realtà più grande di sé".

L'altro ci conduce meglio al domani. Insieme si consente alla società di pensarsi migliore domani. Naturalmente occorre sempre fare al meglio oggi ciò che è possibile nelle condizioni date, ma al tempo stesso dobbiamo progettare insieme un futuro migliore per noi, i nostri figli e i nostri nipoti: senza questa dualità, senza questo duplice percorso, la politica diventa sterile o ingannevole.
Per spezzare la catena dell'autoreferenzialità, dell'egoismo e, in definitiva, dell'impotenza della politica, e del tessuto sociale è necessario dare il giusto valore all'altro. Dare valore al dialogo. Mettere insieme le speranze e l'amicizia. L'amicizia è una leva della storia. Anche per questo è vero che "tu sei un bene per me".

L'egoismo non genera riscatto civile. Può dare a qualcuno l'illusione di farcela da solo, mentre altri soccombono in questi mesi abbiamo assistito a un'esplosione di egoismo e abbiamo visto a cosa può condurre l'egoismo senza limiti, con l'assassinio di tante donne. Atti compiuti da coloro che pensano agli altri soltanto come appendici o dipendenza di sé.
La tentazione dell'isolamento rischia di pregiudicare anche le grandi opportunità di comunicazione che la scienza ci mette a disposizione, sovvertendone la funzione. Basta pensare alla tendenza di molti di collegarsi sul web soltanto a quelli che la pensano come loro, in circuiti ristretti e chiusi. Ci si illude così che il mondo appartenga soltanto a chi la pensa come noi, riversando spesso su chi la pensa diversamente soltanto astio e livore. Ne risulta cancellato il confronto delle idee, lo scambio di conoscenza, il valore delle esperienze altrui: in una parola la comunità e la sua tensione culturale.
Quando l'io perde l'opportunità del noi, tutta la società diventa più debole e meno creativa.
La libertà, in realtà, è indivisibile: non esiste se non ne godono tutti. Lo stesso benessere non resiste, non si consolida se non è condiviso. Occorre comprendere che ci si realizza davvero soltanto insieme agli altri e non da soli. E' come se il principio " la libertà si ferma di fronte a quella degli altri" venisse assorbito e superato in un più avanzato principio: la libertà si realizza insieme a quella degli altri, si realizza in quella degli altri.
Questa non è una considerazione di carattere morale - o, meglio, non è soltanto tale - ma è un dato concreto della vita sociale. E' una responsabilità della nostra Repubblica, consacrata nell'art. 3 della Costituzione, che le affida il compito di rimuovere ciò che ostacola di fatto la libertà e la uguaglianza.

L'amicizia stessa si fonda sul valore delle differenze. Le differenze ci arricchiscono e ci ricordano il principio di non appagamento. Ci spingono a cercare la verità che è presente negli altri.
Nel suo "La bellezza disarmata" don Carròn dedica un paragrafo alla "confusione dell'io" e un altro alla "nostalgia del tu". In quelle pagine si disegna un percorso spirituale ma queste due espressioni, in realtà, raffigurano bene la condizione umana.
E' questa la prospettiva con cui affrontare il grande tema politico dell'unità. Unità del nostro Paese. Unità dell'Europa. Unità del genere umano intorno ai diritti fondamentali della persona.
L'unità non è soltanto una questione di ordinamento giuridico o di solidità istituzionale. L'unità è anzitutto un fondamento etico e sociale comune, trasfuso in sentimenti e comportamenti vissuti.
Questa visione è stata impressa, con straordinaria lucidità e lungimiranza, nei principi della nostra Costituzione, contenuti nella sua prima parte. E questo resta un obiettivo della Repubblica, da perseguire nel tempo, mutamento dei costumi, dei bisogni, nell'evoluzione del sistema sociale.
Il nostro Paese è segnato da faglie antiche. A queste si sono aggiunte nuove divisioni, quelle prodotte dal naturale mutamento delle condizioni, non sempre regolato in maniera equilibrata, e quelle provocate dalla lunga crisi economica degli ultimi anni. Dobbiamo lavorare con impegno per ricomporre le ferite e rendere l'Italia più robusta, più solidale, più competitiva, più importante per la costruzione europea.
L'unità del Paese non è una conquista acquisita una volta per tutte. Passa oggi dalla crescita del Meridione. Dalle concrete opportunità di lavoro per i giovani. Dal contrasto alle povertà e alle diseguaglianze. Dall'occupazione femminile. Dalla conciliazione dei tempi di cura e di lavoro. Da uno sviluppo delle reti sociali e comunitarie, che possono rinnovare e consolidare il welfare senza privarlo del suo carattere universalistico.
L'unità del Paese è anche investimento nella ricerca e nei settori strategici, giustizia più efficiente, integrazione e non esclusione di chi è sfavorito dalle condizioni di partenza.
Dobbiamo tutti averne cura, avere cura dell'unità e della coesione del nostro Paese. Nessuno può seriamente pensare di farcela da solo.
Allargare le divisioni ci rende più deboli.
La Repubblica, di cui abbiamo celebrato i settant'anni, è stata una scelta di popolo che ci ha consentito di risalire la china che avevamo percorso in caduta, il baratro nel quale eravamo precipitati negli anni della dittatura, con i lutti e la disperazione della guerra, con le macerie della distruzione.
La Repubblica è nata da un referendum, e dunque da un confronto democratico.
La divisione degli orientamenti, però, è stata tradotta in una straordinaria forza unitaria.
Merito dei nostri padri e delle nostre madri.
Merito delle forze politiche e delle classi dirigenti democratiche. Che hanno saputo comprendere, malgrado difficoltà molto grandi (che talvolta vengono oggi sottovalutate), ciò che li univa, al di là dei legittimi contrasti.
Questa ricomposizione ha creato sviluppo, diritti, opportunità. Ha ridotto le distanze sociali. Ha promosso conoscenze, cultura, speranze.
Un esempio per tutti: la scuola, materia sempre contrassegnata da grandi contrasti che, in buona misura, ne riflettono l'importanza nella vita del nostro come di qualunque Paese.
All'inizio degli anni Sessanta quasi la metà degli italiani non aveva neppure il diploma di scuola elementare, soltanto il 15% aveva completato la scuola media- che comprendeva allora l'avviamento- e meno del 6% aveva il diploma di media superiore. Soltanto poco più di un bambino su quattro andava oltre la licenza elementare e molti meno andavano oltre il diploma della media inferiore. La Repubblica ha realizzato, in quegli anni, con uno sforzo comune, ampiamente condiviso, uno dei principali dettati della Costituzione: l'istruzione diffusa e generalizzata in Italia, per tutti e ovunque. Un grande fenomeno di avanzamento sociale, un'autentica pacifica rivoluzione positiva che ha unificato e resa più giusta e progredita la nostra società.
Certo, nel complesso, ci sono stati squilibri e contraddizioni nel procedere della vicenda democratica, tuttavia il processo unitario ci ha fatto sentire, malgrado le difficoltà, sempre partecipi della casa comune.

Siamo divenuti cittadini corresponsabili - uniti dal suffragio finalmente universale, con il voto alle donne di settanta anni fa - e i traguardi di giustizia, di legalità, di pace indicati dalla Costituzione sono stati avvertiti e vissuti come comuni, pur in presenza di forti contrasti ideologici e politici.

La scelta repubblicana ha influito, in grande misura, sulla definizione dell'identità del Paese. La Repubblica ci ha aiutato a ricostruire la nostra storia unitaria e a collegare, sul piano etico e culturale, il primo Risorgimento con il secondo, cioè con la Resistenza e la Liberazione.
La Repubblica, con la rinascita del Paese, ha permesso di superare le cesure di questa storia travagliata, su cui, ancora pochi decenni fa, insistevano sentimenti disgiunti e che, invece, le celebrazioni del 150esimo dell'unità d'Italia, così partecipate e sentite, ci hanno restituito come un percorso nazionale di crescita nella libertà e nella coscienza civile.

In passato non è stata valorizzata a sufficienza la portata storica della scelta repubblicana. Ciò è stato, allora, suggerito da ragioni di prudenza, e anche dalla saggezza delle leadership politiche, che non volevano accentuare la divisione tra il Nord repubblicano e il Sud monarchico. Si è posto maggiormente l'accento - come era, del resto giusto - sulla scelta per la democrazia e sul fondamento unitario rappresentato dalla Costituzione, la casa comune, come, alla Costituente, la definiva Aldo Moro, di cui quest'anno ricorre il centenario della nascita.
La Repubblica, tuttavia, ha contribuito, non poco, a superare i momenti più difficili. Per lunghi anni l'Italia è stata l'unica democrazia tra i Paesi dell'Europa del Sud e non è stato semplice, né scontato difendere questa condizione da pressioni interne ed esterne.
Successivamente l'insorgere del terrorismo e l'uso eversivo delle stragi negli anni Settanta è stato combattuto e sconfitto grazie a una unità repubblicana, che ha coinvolto forze diverse, tuttavia solidali attorno ai valori costituzionali.
La nostra storia è illuminata da occasioni di unità, da numerosi passaggi di condivisione e di comune responsabilità, che hanno permesso al Paese di compiere salti in avanti, o di evitare drammatiche cadute all'indietro.
Gli inevitabili contrasti che animano la dialettica democratica non devono farci dimenticare che i momenti di unità sono decisivi nella vita di una nazione. E che talvolta sono anche doverosi. E' un grande merito saperli riconoscere.

Un Paese che non sa trovare occasioni di unità, diventa più debole.

La democrazia è libertà nel confronto, ed è pure conflitto, ovviamente all'interno dei binari segnati dal diritto e dal rispetto dell'altro. Ma la democrazia è anche paziente. La pazienza della democrazia italiana ha consentito tempi di crescita e di maturazione a culture diverse. L'adesione alla democrazia si acquisisce e si rafforza praticandola, e così è avvenuto anche nel nostro Paese.
La Repubblica ha consentito rinnovamento e maturazione, ha permesso un ampliamento delle basi democratiche e il radicamento della democrazia nella cultura nazionale. E' bene tenerlo presente, anche per il futuro, dal momento che le democrazie hanno sempre bisogno di essere aperte allo spirito del tempo, di inverarsi nelle diverse condizioni della storia, di accogliere nelle loro istituzioni le innovazioni e le forze vive, di aggiornarsi per rappresentare sempre meglio le istanze popolari e, insieme, per rispondere con efficacia alle domande nuove di cittadinanza che la società pone alle istituzioni.

Oggi l'unità, la coesione del nostro Paese è una grande questione connessa all'unità, alla coesione dell'Europa.
E' una pericolosa illusione rifugiarsi nella dimensione nazionale, sperando così, velleitariamente, di difendersi dal mondo globalizzato.
Lo stato dell'Unione Europea non ci soddisfa appieno, è vero.
E' un'Europa incerta, impaurita, lenta, che ha ridotto la sua capacità di politica lungimirante e coraggiosa. Non è ancora riuscita a risolvere la divergenza tra chi la considera soltanto un'utile cornice entro cui gli Stati collaborano e chi, con maggiore ambizione e senso della storia, la considera un percorso di crescente integrazione politica.
La missione di un'Italia consapevole del proprio ruolo - e della validità storica del progetto di integrazione europea - è esattamente quella di contribuire al rilancio dell'Unione.
E' questo il destino migliore per noi e i nostri giovani. Dobbiamo aprire la strada al futuro, non illuderci di poterci riparare in improbabili trincee.
La separazione moltiplica le rivalità, provoca diffidenze e contrapposizioni e questi sono i germi dei conflitti nell'Europa dei secoli scorsi - quelli che Alcide De Gasperi definiva, nel 1951, "germi di disgregazione e di declino, di reciproca diffidenza" - che non possiamo oggi rischiare di far riaffiorare.
L'Europa è la dimensione necessaria per affrontare, con umanità ed efficacia, la politica dell'immigrazione e l'accoglienza dei profughi che fuggono dalle violenze e dalle guerre. Tanta strada è ancora da fare. Ci vuole umanità verso chi è perseguitato, accoglienza per chi ha bisogno e, insieme, sicurezza di rispetto delle leggi da parti di chi arriva. Occorre severità massima nei confronti di chi si approfitta di essere umani in difficoltà, cooperazione con i Paesi di provenienza e di transito dei migranti. Ci vuole intelligenza e visione per battere chi vuole la guerra e la provoca.
Senza Europa, da solo, neppure il Paese più forte può farcela a garantire la sicurezza e lo sviluppo che i suoi cittadini chiedono.
La portata inedita delle migrazioni suscita apprensione. Si tratta di un'ansia, di una paura comprensibile, che non va sottovalutata. Ma non dobbiamo farci vincere dall'ansia e dobbiamo impedire che la paura snaturi le nostre conquiste, la nostra civiltà, i nostri valori. Quelli per i quali noi europei siamo un modello e un traguardo nel mondo.
Vorrei ripetere anche qui che non possiamo deturpare l'immagine dell'Europa, come luogo di libertà, di democrazia, di diritti, per renderla meno attraente.
Il tema delle migrazioni, oggi, rende evidente come ci si realizzi davvero insieme agli altri e non da soli.
Fino a qualche tempo addietro i continenti erano separati. Mancavano effettiva conoscenza vicendevole e possibilità diffusa di spostamenti.
Oggi i mezzi di comunicazione cancellano le distanze, fanno conoscere in tempo reale diversità di condizioni di vita e di benessere e permettono di viaggiare con relativa facilità e velocemente, anche se, come ben sappiamo, per tanti questo avviene subendo pesanti angherie e affrontando rischi gravissimi.
Il mondo è cambiato ed è ormai questo. E non se ne può scendere come ipotizzava il titolo di un vecchio film.
E' cambiato anche sotto altri profili: dalla globalizzazione degli elementi di fondo delle economie ai rapporti demografici. Vi sono Paesi popolosissimi in Africa con un'età media di diciotto - venti anni. Da noi, e in Europa, il tasso di natalità è prossimo o sotto lo zero.
I continenti sono, ormai, vasi comunicanti di culture, beni, servizi, persone: il travaso tra di essi è inevitabile.
Nessuno può augurarsi che si verifichino spostamenti migratori sempre più imponenti ma così rischia di avvenire se ci si illude di risolvere il problema con un "vietato l'ingresso" e non governando il fenomeno con serietà e senso di responsabilità.
Ci può soccorrere, permettendo di governarlo in sicurezza, soltanto il principio che ci si realizza con gli altri. Che vuol dire far crescere - sul serio e presto - possibilità di lavoro e di benessere nei Paesi in cui le persone hanno poco o nulla, perché, in concreto, il loro benessere coincide pienamente con il nostro benessere.
Con la nostra civiltà, e senza rinunciare ad essa, sconfiggeremo anche i terroristi. Che seminano morte per tentare di cambiare i nostri cuori e le nostre menti. E' questa una sfida per gli Stati democratici. Ma anche per le religioni.
Il dialogo tra le fedi è oggi una necessità storica, è una condizione per conquistare la pace. Il dialogo tra le fedi è un atto di umiltà, che può riconciliarci con la storia dell'uomo. E' questo un tema di grande valore spirituale, che ha fortissime implicazioni politiche e sociali. Dialogo tra credenti di religioni diverse, dialogo sul destino dell'uomo tra credenti e non credenti: ecco un terreno sul quale la cultura europea può dare, ancora una volta, un apporto straordinario.

Il nostro Paese ha un grande contributo da offrire all'Europa, al Mediterraneo, al mondo, in questo tempo così complicato e, peraltro, affascinante come in realtà ogni tempo. Essere e sentirsi italiani è un privilegio. Vorrei dirlo anzitutto ai giovani: dovete sentire la responsabilità, ma anche apprezzare la bellezza di quanto avete nelle vostre mani. Il talento non va nascosto sotto terra, ma investito con coraggio. L'Italia siete voi, è fatta dai giovani che come voi, in tante parti del Paese, stanno mettendo in gioco le loro qualità, le loro idee, le loro esperienze.
La scelta della Repubblica, con il suo patto di cittadinanza tra popolo e istituzioni, ci ha permesso di crescere in libertà, coesione, benessere, garantiti da un lunghissimo periodo di pace.
Usate la vostra libertà per costruire un futuro migliore. Non restate a guardare. La casa comune, in realtà, è già la vostra.

martedì 16 agosto 2016

L'imperfetta meraviglia




Il 30 settembre esce il nuovo romanzo di Andrea De Carlo, il mio autore preferito. Insieme ai suoi fans anc'io rimnago in attesa della sua pubblicazione. Nel frattempo contemplo la copertina del libro...

Un romanzo che alterna il ritmo del rock, la leggerezza della commedia brillante, e la profondità del tempo che tutto cambia e modifica. Un continuo mutamento che è la bellezza della vita, la possibilità di essere veramente, fino in fondo, quel che siamo.

"La vita è troppo breve per sprecarla a realizzare i sogni altrui"

Succede in Provenza, d'autunno, stagione che mescola le prime umide nebbie con un lungo strascico di calore quasi estivo. I borghi e le ville si stanno vuotando di abitanti e turisti. Ancora un grande evento però si prepara. Quasi a sorpresa, sul locale campo di aviazione, si terrà il concerto di una celebre band inglese, i Bebonkers, un po' per fini umanitari un po' per celebrare il terzo matrimonio di Nick Cruickshank, vocalist del gruppo e carismatico leader. I preparativi fervono, tutti organizzati dal piglio fermo di Aileen, futura moglie di Nick. In paese c'è una gelateria gestita da Milena Migliari, una giovane donna italiana che i gelati li crea, li pensa, li esperimenta con tensione d'artista. Un rovello continuo che ruota attorno all'equilibrio instabile del gelato, alla sua meraviglia imperfetta perché concepita per essere consumata o per liquefarsi, per non durare...

Colui che raccontò la grazia

Dedico volentieri questo post alla pubblicazione di questo libro edito da Cittadella. Il libro del collega e amico Mauro che aiuta a ...